Riflettendo sul mancato accorpamento nell'election day

Augusto Minzolini ha scritto un articolo su La Stampa di oggi che esamina con metodo e acutezza il senso profondo delle polemiche sul mancato accorpamento delle elezioni europee nell'election day del 6-7 giugno. I ragionamenti che ne risultano sono assai utili per fare meglio il punto sulla attuale situazione politica, senza ridurla alla mistica dei due grossi partiti e soprattutto a quella di una opposizione senza progetti.

 

 

Non è solo Bossi tax

   di
AUGUSTO MINZOLINI

Per orientarsi tra le mille tesi che accompagnano le complesse vicende della politica italiana bisogna affidarsi al buonsenso. Come per le indagini di un delitto bisogna analizzare i moventi e controllare gli alibi.

Questo vale anche per la querelle nata sulla data del referendum elettorale. E, soprattutto, sulla questione posta dagli organizzatori, dal Pd, dalla presidente della Confindustria Emma Marcegaglia e dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, dell’abbinamento del voto sul referendum alle elezioni europee e amministrative per risparmiare - ma le cifre sono controverse - 400 milioni di euro.

Alla fine il referendum sarà abbinato ai ballottaggi per le amministrative per il 21 giugno. O al massimo, ma è difficile, sarà rinviato di un anno. Non si spenderanno i 400 milioni ma qualcosa di meno. In ogni caso il compromesso ha lasciato molti scontenti in giro. Ragione di più per pensare che il problema non riguardava la spesa, ma altro e cioè la sopravvivenza della Lega, la stabilità del governo e, non ultimo, un argomento efficace da agitare in campagna elettorale. Partendo da questi presupposti si arguisce che molti dei protagonisti, nell’enunciare le proprie motivazioni e nel dare conto dei propri comportamenti in questa storia, non sono stati chiari fino in fondo. Cominciamo dalla Lega: ieri alcuni esponenti del Carroccio hanno smentito di aver minacciato la crisi di governo per evitare la data del 7 giugno, quella che grazie all’election day avrebbe permesso al referendum di raggiungere con maggior facilità il quorum. Ebbene, se c’è una vittima designata di questo referendum elettorale che introdurrebbe una sorta di bipartitismo perfetto nella politica italiana è la Lega, insieme all’Udc di Casini. Per cui Bossi e i suoi non per un ricatto, bensì per una sorta di istinto di sopravvivenza, hanno sicuramente utilizzato - il movente esiste ed è fuori dubbio - tutti gli strumenti che avevano a disposizione per scongiurare la data del 7 giugno. Del resto per una ragione simile un anno fa Clemente Mastella provocò la crisi del governo Prodi: possono essere ragioni che non tutti condividono, ma legittime per una forza politica che si gioca la sua stessa esistenza. Naturalmente non deve stupire se la Lega dichiara oggi che non è vero: non vuole addossarsi la responsabilità di quella che il segretario del Pd, Dario Franceschini, già definisce una sorta di «Bossi-tax».

Appunto, prendiamo il Pd che agita la questione della data elettorale. Ma davvero Franceschini vuole favorire un referendum che darebbe la possibilità a Berlusconi e al Pdl - basta guardare ai sondaggi odierni - di raggiungere il 55% in Parlamento? Per non dire che la Lega e l’Udc se dovessero davvero essere costretti a schierarsi o federarsi con un altro partito sceglierebbero sicuramente quello del Cavaliere non fosse altro per contiguità elettorale? Insomma, è difficile credere ad un Franceschini iper-referendario perché il bipartitismo in queste condizioni condannerebbe il Pd ad essere minoranza almeno per un decennio. Tant’è che nel partito di Franceschini non tutti sono disposti a seguire la bandiera di Mario Segni e di Guzzetta: l’ex-ministro di Prodi, Linda Lanzillotta, è indecisa tra il voto contrario e l’astensione; il dalemiano Nicola Latorre è assillato dai dubbi. Senza contare che durante le trattative per l’approvazione della nuova legge elettorale per le europee D’Alema e i suoi si sono opposti all’innalzamento della soglia di sbarramento al 5% come avrebbe voluto Berlusconi, ma si sono battuti per abbassarla al 4% proprio per salvaguardare i potenziali alleati minori (Udc). Così c’è da supporre che Franceschini abbia agitato la questione dell’election day, del 7 giugno, del risparmio sulle spese elettorali, sperando che Bossi in ogni caso avrebbe imposto al Cavaliere la data meno favorevole al referendum. Un’abile mossa elettorale certo, ma non per il referendum quanto per le elezioni europee.

E arriviamo a Berlusconi, al Pdl e a Fini. Il presidente della Camera sicuramente ha i suoi motivi per difendere un referendum che ha firmato, ma non deve nascondere il fatto che un’eventuale vittoria del fronte referendario aprirebbe la strada alla crisi di governo e probabilmente anche alle elezioni anticipate. Certo lui avrebbe tutto da guadagnarci in un sistema a bipartitismo perfetto: la dialettica si risolverebbe tutta all’interno del Pdl, tra Fini e Berlusconi, visto che la Lega non esisterebbe più o verrebbe emarginata, ma questo non significa che il quadro politico sarebbe più stabile.

E arriviamo, infine, al Cavaliere. Berlusconi in fondo è stato il più sincero: ha dichiarato che il Pdl avrebbe tutto da guadagnare dal referendum, ma che una scelta del genere avrebbe messo a rischio la stabilità del governo mentre il paese è alle prese con una crisi economica internazionale, deve far fronte ad un terremoto e deve adempiere a impegni internazionali come il G8. In poche parole ha pronunciato il fatidico «non possumus». Ha detto la verità ma nessuno gli darà ragione. Paradossalmente l’unico che avrebbe da guadagnare dal referendum, ha detto no. Ora, qualcuno lo considera un cedimento al ricatto bossiano. Sarà. Una volta veniva considerato un atteggiamento responsabile, per non usare parole altisonanti, almeno di buonsenso.

La stampa 17 aprile 2009