Discutendo l'eticamente sensibile, il disagio

Nicoletta Casiraghi, già Presidente della Provincia di Torino,  esprime da liberale le considerazioni che seguono nel dibattito sulle cosiddette questioni eticamente sensibili.

 

 

IL DISAGIO

Nel dibattito che si sviluppa intorno alle questioni “eticamente
sensibili” ho la sensazione che sempre di più e sempre più in fretta
la società laica stia perdendo terreno, le certezze prevalgano ed il
dogma sconfigga ragione e tolleranza.

Credo sia opportuno fare un passo indietro: quando incominciò negli
anni ’70 la stagione delle leggi sui diritti civili era ben chiaro ciò
che si voleva affermare. Io non sono favorevole al divorzio o
all’aborto in astratto, sono tutte misure che riguardano situazioni
dolorose in cui nessuno vorrebbe trovarsi; sono favorevole alla
possibilità che ognuno, nel rispetto delle proprie convinzioni e della
legge, possa avere la possibilità di uscirne nel modo meno lacerante
possibile e senza correre il rischio di essere perseguito. Deve
prevalere l’affermazione concreta della centralità dell’individuo e
delle sue scelte, il rispetto della responsibilità individuale in
contrapposizione a norme demiurgiche. In quest’ottica la legge offre
al cittadino la “possibilità”: ognuno è libero di usufruirne secondo
le proprie convinzioni etiche e/o religiose.

Con il progredire (rapidissimo) delle conoscenze, soprattutto in campo
medico, si sono ampliate le possibilità di scelta rispetto a
situazioni che una volta venivano semplicemente subite: penso alla
procreazione assistita ed ai trattamenti di fine vita.
D’altro lato negli ultimi decenni è emersa una grande richiesta di
riconoscimento prima ancora che di diritti di cittadinanza da parte
dei gay.  E’ una spinta paragonabile a quella esercitata dalle donne
negli anni ’70 per le leggi  sui diritti civili, compreso anche il
diritto di famiglia.

Le norme in discussione oggi hanno in molti casi una grande rilevanza
soprattutto per i diritti dei non eterosessuali; penso ai DICO, o
comunque li si voglia chiamare: per gli eterosessuali sono un’opzione
in più, per gli omosessuali sono un’opportunità unica.
Capisco che rispetto al passato, i cambiamenti e le domande della
società siano enormemente più rapidi ma questo non esime chi si prende
la responsabilità di governarla dall’offrire delle risposte e dal non
trincerarsi dietro a quelle offerte da un soggetto terzo, dogmatico,
negazionista e assolutista come è oggi la Chiesa cattolica.
Prendiamo proprio i DICO: non se ne parla più, si è semplicemente
accantonato il tema. Perchè? Si pensa che sia marginale, che riguardi
una parte ininfluente della cittadinanza? Non è così ma anche lo fosse
non importa perché il rispetto delle minoranze è il termometro della
democraticità di uno Stato.

L’anno passato si sono fatte diverse commemorazioni degli Statuti con
cui Carlo Alberto riconosceva le minoranze religiose ma non si è
abbastanza sottolineato il significato del riconoscimento di cittadini
con pari diritti che questi implicavano. E penso che non fossero certo
mancate pressioni per non farlo.

Tornando alla definizione che oggi viene data per accomunare i vari
temi oggetto di questa riflessione - “eticamente sensibili” - è palese
che l’avverbio eticamente viene utilizzato con un connotato univoco,
con una chiara forzatura in quanto l’etica è per sua natura variabile
ed interpretabile a seconda dei principi su cui si fonda.
Credo che un nuovo diritto si sia affermato nel XX° secolo, quello
alla “non omologazione”, alla diversità; anche la nostra Costituzione
lo proclama, applicandolo ad alcune categorie: sesso, razza,
religione. Sottolineando che sarebbe già indispensabile richiamare
questi principi, che mi sembrano accantonati, occorre valutare come
siano in continuo ampliamento e comprendano caratteristiche visibili
ed invisibili: di corpo, di spirito, di sensibilità, di abilità.

Non si possono contrapporre dogmi destinati a sgretolarsi, divieti che
verranno elusi da chi lo può fare e subiti da chi non lo può: si
alimenta la contrapposizione e l’incomunicabilità tra Istituzioni e
cittadini.

Il discorso si è molto ampliato, è inevitabile ma occorre tornare all’attualità.
Non si possono fare leggi ipocrite che sono presentate come
regolamentazione ma sono divieti. Ormai ho i brividi quando sento
luoghi comuni tipo “testo condiviso” o “mediazione”: da chi e tra chi?
Ricordiamoci la legge 40 (ormai universalmente ritenuta brutta);
chiaramente era condivisa e mediata tra teodem e teocom, con la
benedizione della CEI, che la difese a spada tratta, nel senso
etimologico del termine.

Si legifera su una materia come la fecondazione assistita, se pure ce
n’è bisogno, per offrire garanzie, per evitare abusi truffaldini, per
rendere accessibile un’opportunità a tutti i cittadini che la vogliano
coltivare e non per renderla di fatto impraticabile e per introdurre
surrettiziamente una serie di divieti, in osservanza a dogmi religiosi
neanche universalmente condivisi. Infatti con quella legge è passato
il principio, voluto dalla Chiesa cattolica, della indisponibilità da
parte degli uomini degli embrioni a qualsiasi fine.

Adesso con il testamento biologico si pone un problema analogo: il
testamento è un “atto scritto e revocabile con cui una persona esprime
le sue volontà e dispone dei suoi beni per quando sarà morta”. Quindi
il quesito che si pone è: il proprio corpo è un bene che rientra nelle
disponibilità della persona? Se sì, si può disporre su come e quanto
si vuole sia accudito in condizioni di fine vita senza fare inutili
distinzioni su questo o quel trattamento. Se no, non si può parlare di
testamento, in quanto non si possono registrare le volontà
dell’interessato. Ricordo, anche se può apparire pleonastico, che come
per il testamento ordinario non esiste alcun obbligo di fare un
testamento biologico, in presenza di una legge che ne preveda la
possibilità.

Senza volersi addentrare nella fondatezza delle argomentazioni, che
appartengono alla sfera della fede, uno degli argomenti su cui si è
maggiormente insistito per contrastare la libertà di scelta nelle
materie “eticamente sensibili” è il coinvolgimento di uno o più
soggetti terzi. In questo caso non esiste il problema, trattandosi di
volontà che hanno effetto esclusivamente per la persona che le
manifesta ed è veramente curioso che l’ultima delle proposte di
cosiddetta “mediazione” avanzate chiami in campo soggetti terzi.
Siamo nel pieno del dibattito, spero che il mio disagio sia condiviso
da una parte così numerosa dei parlamentari da consentire il varo di
una legge che dia effettivamente un’opportunità ai cittadini italiani
e non li faccia sentire stranieri in Patria.

Nicoletta Casiraghi

Torino 26 febbraio 2009