Lontano dai media, la tregua possibile a Gaza

Il prof. Vittorio Emanuele PARSI ha scritto sulla Stampa  una analisi pragmatica e lontana da quegli  accenti da "battaglia mediatica" nella striscia di Gaza che  sono inutili nell'immediato e non guardano al futuro. Questa del prof. Parsi è invece un'ottica razionale ed analitica per guardare al futuro.

 

 

La tregua possibile
   

Nonostante un bilancio in vite umane che si fa di ora in ora più tragico, è estremamente difficile che Israele possa ascoltare le molte voci che lo invitano a sospendere le operazioni militari contro la Striscia di Gaza.

Arrivati a questo punto, infatti, una tregua non garantirebbe in maniera credibile la cessazione del lancio dei missili Qassam da parte delle milizie di Hamas, a cui si deve la responsabilità dell’attuale gravissima crisi. Proprio alla decisione da parte dell’organizzazione terroristica di rompere la tregua precedentemente concordata (e peraltro ripetutamente violata), assunta unilateralmente e annunciata con un clamore mediatico pari solo al cinismo con cui è stata adottata, si deve la reazione israeliana che ha portato all’invasione della Striscia.

Ancorché Israele rinunci al tentativo (che appare comunque irrealistico) di eliminare completamente la presenza organizzata di Hamas da Gaza, la cessazione delle attività militari può arrivare solo a condizione che l’obiettivo di bloccare stabilmente il lancio di missili sul Sud del Paese venga raggiunto. Ma per far questo è necessario che la strategia militare sia integrata da quella politica. Esistono solo due alternative, infatti: quella del conseguimento per via politica di quanto militarmente non è stato possibile fare (sulla falsariga della conclusione della campagna contro Hezbollah nell'estate 2006), oppure quella del consolidamento politico di un successo ottenuto grazie alla supremazia militare.

Le autorità israeliane hanno preliminarmente chiarito che non ritengono accettabile il ristabilimento del semplice status quo. La ragione della scelta a favore di una reazione tanto violenta (lasciamo da parte le polemiche relative alla sua «sproporzione»), si trova nella sempre più ferma convinzione israeliana che proprio l’accettazione supina dello status quo rappresenti un errore strategico rispetto alla sopravvivenza dello Stato ebraico. Alla base di tale convincimento sta la consapevolezza che, nel giro di due o tre decenni, il bilancio demografico tra israeliani di religione ebraica da un lato, e arabi di Israele e palestinesi dall’altro, segnerà un saldo negativo permanente e non modificabile neanche attraverso nuove quanto improbabili ondate di immigrazione ebraica. Il semplice dato demografico si trasforma poi in minaccia se si considera come il radicalismo di matrice islamista abbia fatto e stia continuando a fare proseliti in gran parte della Umma.

A chi osserva come il trascinarsi e l’incancrenirsi della questione israelo-palestinese abbia fornito un ambiente ideale al successo delle varie formazioni radicali, gli israeliani replicano che esse traggono origine innanzitutto dalla corruzione, dal nepotismo, dall’illiberalità e dall’inefficienza di gran parte dei regimi arabi e che, in ogni caso, è proprio l’esistenza di movimenti come Hamas e Hezbollah ai confini con Israele (da Gaza al Libano) che rende impossibile qualunque avanzamento di un ipotetico processo di pace. E questo è tanto più vero per chi pensi che la loro azione sia sostenuta e coordinata dall’occulta regia iraniana.

Gli israeliani ritengono quindi che entro il 2030, al massimo, l’attuale quadro della sicurezza regionale sarà insostenibile e deve perciò essere modificato, nella direzione di una reciproca accettazione tra i diversi soggetti politico-territoriali del Medio Oriente. Affinché ciò avvenga, è però necessario indebolire le capacità militari e la presa politica delle formazioni estremiste, correndo anche il rischio che le proprie azioni possano nell’immediato rinforzarne l’aura di «martirio», ma cogliendo l’opportunità del loro isolamento politico rispetto alla gran parte dei governi arabi della regione, alimentato dalla preoccupazione che questi nutrono nei confronti delle mire politiche di Teheran.

Anche se le cose, sul piano militare, dovessero volgere al meglio per gli israeliani, è però difficile immaginare il consolidamento politico dell’eventuale successo in assenza di interlocutori. Nella migliore delle ipotesi, Hamas potrà risultare indebolito nella sua presa su Gaza, con ciò aprendo oggettivamente prospettive per l’azione futura di altri soggetti (non necessariamente Fatah). Ma quando Tsahal dovrà lasciare Gaza, la tregua dovrà essere pur concordata con qualcuno. Fanno bene gli israeliani a non voler intavolare trattative dirette con Hamas (che predica lo sterminio degli ebrei). In particolar modo, una «tregua senza garanzie» riprodurrebbe esattamente quello scenario precedente la crisi che Israele non può accettare. Diverso sarebbe se, con la mediazione egiziana e della Lega Araba e con il consenso israeliano, un soggetto terzo si incaricasse di svolgere trattative per una tregua tra le parti, offrendosi di vigilare sulla garanzia del suo rispetto con un proprio contingente militare e non inviando qualche pattuglia di «osservatori».

È esattamente ciò che sbloccò la situazione in Libano nell’estate del 2006. Evidentemente Gaza non è il Libano e le divisioni, i rifiuti e i fallimenti incassati in queste ore rendono la strada lunga e irta di ostacoli, ma nessun attore meglio dell’Unione Europea (che continua a far parte del «Quartetto») potrebbe svolgere una tale funzione, così trascinandosi fuori dalla penosa impasse in cui l’ha gettata il prevalere, al suo interno, delle chiacchiere sui fatti. Una simile ipotesi, da costruire con pazienza e senza clamori di grandeur, potrebbe convenire anche ad Hamas, in quanto unica realistica alternativa a un’autodistruttiva guerra totale contro Israele e contro il suo stesso popolo. Dalle sconfitte si impara più che dalle vittorie. E perciò non è detto che proprio il proseguire dell’offensiva israeliana non possa spingere Hamas a prendere in considerazione una proposta di mediazione europea, per quella «tregua duratura» che Gerusalemme chiede. La sola che le autorità israeliane potrebbero accettare, la sola che i governi europei dovrebbero avanzare.
 

VITTORIO EMANUELE PARSI

La Stampa 7 gennaio 2009