Criticare le sentenze non delegittima i giudici

Sul Corriere della Sera le fondate considerazioni di Pier Luigi Battista sul perché è un valore democratico criticare le sentenze e fare il magistrato non deve significare sentirsi al di fuori delle valutazioni dei cittadini.

 

 

 

 

Non è chiaro dove e perché in Italia sia nata l' idea stravagante che le sentenze non possano essere criticate. E che avanzare dubbi o manifestare disappunto per un atto della magistratura equivalga a un' inammissibile pretesa di ledere la maestà di un potere i cui verdetti, come quelli che emanano dalla volontà divina, aspirerebbero a un rango di imperscrutabilità e insondabilità. In una società aperta e democratica non deve invece fare scandalo se uno schieramento politico si dice contrario alla sentenza che ha mandato assolti i vertici delle forze dell' ordine per la «macelleria messicana» della scuola Diaz a Genova nel 2001. E nemmeno che il cardinal Ruini consideri un «tragico» errore la sentenza della Cassazione sulla sorte di Eluana Englaro. Basta soltanto un minimo di coerenza: se tu critichi un atto giudiziario, non puoi pretendere di avere il monopolio della facoltà critica e bollare perciò come «anti-istituzionale» lo stesso, identico diritto esercitato dal tuo avversario. Tutte le sentenze, è ovvio, meritano rispetto, purché siano state onorate le regole dello Stato di diritto e salvaguardate le prerogative dell' imputato. Ma il rispetto non coincide con l' insindacabilità e l' opinione pubblica ha tutto il diritto di farsi un' idea sull' andamento di un processo, sul metodo con cui sono state valutate le prove, gli indizi, e le testimonianze, sul giudizio che ne è derivato, sul verdetto finale che ne è scaturito. La stessa esistenza di un' istanza di appello (non a caso osteggiata dai cantori del giustizialismo forcaiolo) e dei diversi gradi di giudizio poggia sul presupposto concettuale che la conclusione raggiunta in primo grado possa essere rivista, confermata, corretta o addirittura ribaltata in un passaggio successivo, fino al giudizio definitivo. Tutto è mutevole, passibile di errori, oggetto di interpretazioni diverse. È possibile davvero che in una società in cui si discute di tutto e tutto è sottoposto allo scrutinio pubblico, l' unico spazio sottratto alla discussione, al conflitto, allo scontro tra convinzioni diverse debba essere quello che si esprime negli atti giudiziari? È possibile che in un mondo disincantato, pluralistico, improntato al «politeismo dei valori» descritto da Max Weber, l' unica sfera dotata di una sua indiscutibile sacralità sia quella che attiene alle azioni e alle deliberazioni della magistratura? Ma così, si obietta a intermittenza e a seconda delle convenienze, si «delegittima» la magistratura. Come se la legittimazione fosse un prius, un dogma, un articolo di fede e non piuttosto la conseguenza di un' autorevolezza conquistata sul campo. Dovrebbe essere rassicurante invece che la magistratura sia costantemente sotto esame, e che le sentenze emesse in nome del popolo italiano siano e appaiano come il frutto di un lavoro ben fatto, scrupoloso, così meticolosamente equanime da fugare ogni sospetto e da demolire ogni pregiudizio. Che poi gli stessi sacerdoti dell' intangibilità della magistratura passino con disinvoltura nel ruolo dei suoi più veementi accusatori se una sentenza risulta sgradita, questo è il frutto di un' irriducibile faziosità. Ma da quando è stato abolito il diritto alla faziosità?

 

Corriere della Sera 17 novembre 2008