La Federazione dei Liberali
aderisce al
Comitato per l'Acqua,
proprietà e controlli
pubblici, gestione libera
Il prof. Mario Deaglio commenta in chiave tipicamente liberale le conclusioni della vicenda Alitalia e le sue prospettive.
Punto di svolta
Con ogni probabilità la lunga vicenda dell’Alitalia deve considerarsi definitivamente chiusa, dopo la convergenza, pressoché generale, delle organizzazioni partecipanti alla trattativa su un accordo.
Un accordo che si discosta in maniera non essenziale da quello che sarebbe stato possibile raggiungere circa sei mesi fa per un elemento positivo (l’ingresso di imprenditori italiani) e uno negativo (il monopolio di fatto alla nuova compagnia della tratta Milano-Roma, con possibili conseguenze sui prezzi). Ci sarà in ogni caso l’ingresso di una compagnia estera che, sia pure in posizione minoritaria, sarà qualificante dal punto di vista operativo e strategico; e ci sarà un inevitabile e sensibile ridimensionamento degli occupati.
La firma di quest’accordo non deve quindi essere occasione per stappare una bottiglia o per discorsi di sonante retorica. È piuttosto motivo per una piccola soddisfazione e per una più grande riflessione: soddisfazione perché le cose potevano andare molto peggio(lo potrebbero ancora se venissero a mancare le firme di alcune organizzazioni), e riflessione su un sistema italiano di trattative che si è rivelato gravemente inefficiente. Per circa centottanta giorni le parti si sono cercate al buio senza che fossero chiari a tutti i termini del problema. Ai lavoratori di questa disastrata azienda sono stati trasmessi segnali distorti: si è fatto loro intendere che l’Alitalia era potenzialmente una miniera d’oro che veniva svenduta mentre è di fatto, con l’organizzazione attuale, soprattutto una miniera di debiti; tutto ciò li ha portati a un’assurda esultanza alla notizia dell’insuccesso (fortunatamente rientrato) di trattative che, dal punto di vista dei lavoratori e di coloro che saranno posti in cassa integrazione, rappresentavano invece un ottimo risultato, data la situazione.
Questi centottanta giorni sono costati 250-300 milioni di euro che, in definitiva, ricadranno sui contribuenti. I quali si accolleranno anche le condizioni di favore accordate ai lavoratori in esubero, condizioni che ne fanno, pur nella difficoltà della loro situazione, chiaramente dei privilegiati rispetto agli altri lavoratori cassintegrati che non hanno la fortuna di fregiarsi del marchio dell’Alitalia.
Speriamo che tutti questi costi servano a far capire che l’attuale sistema di risoluzione delle vertenze, specie nel settore pubblico, non ha più senso. Per decenni tali vertenze sono andate avanti a suon di trattative notturne, di orologi fermati per poter negoziare ancora, di vantaggi mercanteggiati e «strappati» alla controparte. Fare trattative è diventata una professione che, se si sommano le vertenze, tiene occupate, da tutte le parti del tavolo, migliaia e forse decine di migliaia di persone che stendono testi farraginosi in un Paese che spesso usa le complicazioni normative per creare pretesti di vertenze future. L’attenzione spasmodica ai dettagli, amplificata a dismisura dai mezzi di informazione, fa perdere di vista obiettivi più generali quali le condizioni per la crescita e lo sviluppo e, per conseguenza, per la creazione di nuovo lavoro di buona qualità.
In questa come in moltissime altre vertenze che l’hanno preceduta, si è corso il rischio (che appare superato) di porre le premesse per l’inefficienza complessiva di un’organizzazione per salvare qualche centinaio di posti di lavoro. Nelle imprese pubbliche, prive del riscontro immediato del profitto, si è realizzata spesso una «cogestione» di fatto tra dirigenti aziendali e sindacali (oppure organizzazioni professionali come quelle dei piloti) ai quali manca il giusto apprezzamento della produttività e dell’interesse generale.
Se l’accordo Alitalia rappresenterà un punto di svolta in questo stato di cose, tutto sommato, i soldi che il Paese ha sborsato e sborserà non saranno stati spesi male e si porranno alcune delle basi necessarie perché questo Paese esca da un decennio di stagnazione di fatto. E va dato atto che un certo decisionismo di questo governo, la sua insistenza nel portare avanti una soluzione - sia pure probabilmente inferiore a quella inizialmente proposta da Air France - può rappresentare l’elemento di rottura di un sistema di relazioni sindacali troppo a lungo cristallizzato.
Occorre poi sottolineare che la nuova Alitalia non ha certo il successo garantito: il momento è difficile per tutto il settore dei trasporti aerei e ci vorrà molto lavoro, e anche un po’ di fortuna, per far dimenticare un’immagine diffusa di questa «compagnia di bandiera», disattenta nel servizio ai passeggeri e disattenta nel rispetto degli orari. L’elemento più positivo, in questo contesto, del nuovo piano industriale è il tentativo di riorganizzare l’azienda su sei diverse basi territoriali, cercando di limitare così la «romanità» della sua cultura che l’ha per decenni collocata troppo vicino al potere e troppo lontano dall’efficienza. Sia per la concorrenza esterna sia per questi problemi interni, il cammino sarà arduo. La bottiglia per brindare per il momento lasciamola in cantina; la tireremo fuori tra cinque anni circa se i risultati saranno favorevoli.
Mario Deaglio
La Stampa, 26 settembre 2008