La Federazione dei Liberali
aderisce al
Comitato per l'Acqua,
proprietà e controlli
pubblici, gestione libera
Nel dibattito al Consiglio Regionale del Lazio di giovedì 4 settembre, il capogruppo de i Liberaldemocratici e Repubblicani, Antonietta Brancati, ha argomentato razionalmente sulle perplessità circa la vicenda Alitalia e sul perché allontanarsi dalle regole di mercato, specie se a lungo, è il vero pericolo anche per le garanzie dei livelli di occupazione.
Come d'abitudine, è mia intenzione affrontare la discussione sul caso Alitalia tenendomi lontana dall'ottica di chi tifa per la squadra del cuore.
Il mio intento è stare dal punto di vista dal cittadino e cogliere la realtà delle cose. E dunque comincio con il rilevare che la situazione Alitalia non è un fungo spuntato sull' Appennino nella notte dopo un pò di pioggia agostana.
E' una lunga storia di sprechi e di egoismi corporativi che ha progressivamente mangiato un consistente patrimonio. Nessuno dei potenti Alitalia ( le burocrazie politiche, il management aziendale, le famiglie sindacali ) è senza peccato nell'aver creato il dissesto (perdite per più di due miliardi di euro dal 2004 al 2007).
Per questo non mi unisco agli scontri tra tifoserie contrapposte. Non ci sono virtuosi cavalieri bianchi. Oramai il dissesto è ad un punto tale che occorrono decisioni chiare e realismo operativo pensando esclusivamente alle cose che è possibile fare nel quadro attuale e con la consapevolezza di ciò che ogni alternativa davvero significa ed implica.
La realtà è che scientemente negli ultimi anni, i governi di centro destra, di centro sinistra e poi di nuovo di centro destra, hanno evitato di seguire la strada di affidarsi alle regole del libero mercato per ristrutturare e rilanciare l'Alitalia. Non cambia nulla se lo abbiano fatto per preciso indirizzo politico o per cedevolezza nei confronti delle nove sigle sindacali dell'azienda.
Ora si è arrivati al progetto Fenice, che, per chiamare le cose con il loro nome, è l'ennesimo modo di proseguire nel filone dell'interventismo pubblico.
Del resto questo è l'intento teorizzato dal protezionismo colbertista del ministro Tremonti e dei popolar conservatori. Mentre parlo, non è certo l'esito del progetto Fenice. Ma è certo che a questo punto, come ci ricordano diversi protagonisti di queste ore, la sola alternativa a Fenice è ormai il fallimento dell'Alitalia.
Quando non esistono civili reti di protezione sociale per i più deboli che nell'immediato restano senza lavoro e ancor più se il fallimento si trasforma in un impenetrabile porto delle nebbie in cui si distribuiscono le perdite tra i poveracci e si assegnano i cespiti restanti ai più furbi ed ammanigliati col potere.
Dunque il piano Fenice, per evitare il fallimento. Ma resta il fatto che le previsioni del piano, la cordata che intende attuarlo e le condizioni giuridico economiche di avvio, sono per più aspetti lontane da una concezione liberale delle regole ed invischiate nell'omaggio al primato del potere dominante. Senza chiedere la luna, a noi pare che resti comunque forte l'opportunità di ridurre il più possibile la distanza dalle regole liberali.
Perché siamo sempre più convinti che, nel medio lungo termine, la pura concertazione di interessi viene regolarmente battuta dal mercato, specie in un settore immerso nella concorrenza internazionale come quello dei trasporti.
E che dunque il piano Fenice, che per ora è un mero piano di salvataggio dell'Alitalia e non un piano di rilancio del trasporto aereo, potrà riuscire tanto più alleggerirà i suoi vincoli intrinseci e quanto più si aprirà a quest'ottica di rilancio del trasporto aereo.
La cosa non sarà facile. La concezione dell'intervento dello Stato è stata davvero imponente nel concepire il piano Fenice. Ci si è mantenuti lontano dal libero mercato, proseguendo la linea del precedente governo quando, all'inizio di primavera, abbandonò la logica della gara internazionale. La lontananza dal mercato permane, anche se nel CAI si sono associati importanti imprenditori privati giustamente non influenzati dal colore del governo.
Restano aperte molte questioni con questo salvataggio Alitalia pesantemente pilotato dalla mano pubblica. Siamo convinti che, per alleggerire i pericoli delle possibili e preoccupanti derive, la strada è obbligata. Occorre che la nuova Alitalia-CAI funzioni il meglio possibile nell'ottica del mondo globale. E per questo ci vogliono un quadro di regole del mercato articolate correttamente nella distinzione regolatori/operatori, un piano industriale realistico nella sua lungimiranza e una professionalità forte di ciascuna delle strutture aziendali, dal capo all'ultimo dipendente.
Serve una soluzione buona per la compagnia, per i passeggeri, per i lavoratori.
L’offerta di CAI al prezzo di circa 350 milioni, è riferita ad uan serie di assett buoni di Alitalia che dovranno essere scorporati, il rischio è che l’operazione dia ad alcuni imprenditori una posizione di monopolio soprattutto per quanto riguarda la tratta MI/RM, il rischio è che più che un’operazione di salvataggio, diventi il trasferimento degli assett positivi di Alitalia fusi con AIR ONE ad un gruppo di imprenditori in una condizione di sostanziale monopolio.
Siamo perplessi perchè quella che si sta propinando è una sorta di irizzazione camuffata con la privatizzazione dei guadagni, mentre il pubblico paga i debiti.
Perplessi diciamo va bene, ma vigiliamo.
Da liberali vediamo il rischio di stravolgere le regole di mercato. L’economista Alberto Alesina sul Sole 24 ore del 2 settembre, sosteneva “meglio sarebbe il fallimento piuttosto che stravolgere le regole di mercato”
Troppe incognite e ancora molte scelte strutturali e strategiche da compiere, l’unica certezza che gli italiani direttamente o indirettamente copriranno il fallimento della bad company.
Se CAI crede davvero in questo salvataggio di Alitalia e nel piano industriale di rilancio della compagnia si deve anche assumere l’onore di guidarla senza poterla rivendere per un periodo non inferiore a 10 anni. Solo così agli occhi degli italiani sembrerà una operazione con forte spirito nazionale e non solo una operazione che sia finalizzata ad un guadagno per pochi a spese del pubblico.
E proprio il tema degli esuberi e relativi ammortizzatori sociali sarà uno dei primi nodi da sciogliere.
Le conseguenze per il bacino della nostra regione potrebbero essere molto gravi.
Siamo contro i tagli a rotte e flotta perché meno rotte intercontinentali significa meno turismo, la riduzione della flotta andrebbe inevitabilmente a favorire le compagnie low cost.
Inoltre suscita qualche perplessità il destino di AMS, la società di manutenzione motori (60% Altalia e 40% Luft) il sito industriale di Fiumicino unico in Italia, un vanto per il nostro paese che rischia di andare perduto e dà lavoro a 4000 dipendenti. Non è incluso nella nuova compagnia aerea del piano Fenice.
La sfida dello sviluppo è rappresentata dall’innovazione tecnologica e se il piano non l’ha prevista non c’è garanzia per i posti di lavoro né per il sito industriale.
Questo anche per quanto ci riguarda come Regione Lazio.
Nella difficile situazione Alitalia, con evidenti ricadute sulla realtà socioeconomica regionale, è fisiologico dare particolare attenzione all'evolversi delle cose senza restare spettatori passivi.
Dunque può essere utile anche una diretta partecipazione di capitale da parte della Regione, visto che le risorse fresche del CAI, un miliardo di euro, paiono a molti esperti insufficienti per una vera politica di rilancio.
Desideriamo tuttavia sottolineare che il vero modo costruttivo di prendersi cura dei problemi dei cittadini e delle infrastrutture laziali è quello di svolgere dinamicamente il ruolo istituzionale della regione anche in questo settore. La eventuale partecipazione al capitale deve essere concepita come un contributo, oltre che finanziario, di idee e di relazioni all'attività di impresa Alitalia-CAI e certo non come un improprio strumento di controllo pubblico sull'azienda e sul mercato.
Il nostro territorio e i nostri cittadini sono ben tutelati quando nel Lazio sono insieme efficienti i servizi alla persona e le realtà economiche. In questo caso, il malato è l'attività economica, che non può essere guarita con i placebo o con le solite medicine sbagliate dello statalismo.
Bene ha fatto il Presidente Marrazzo a chiedere di partecipare a CAI per garantire sviluppo industriale, posti di lavoro, turismo e tutela del territorio della nostra regione.