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Comitato per l'Acqua,
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pubblici, gestione libera
La Stampa e il Giornale odierni pubblicano due articoli, del Prof. Alberto BISIN sulla Stampa e del dr. Nicola PORRO sul Giornale, che mostrano il perché il parallelo tra le vicende italiane di Alitalia e americane di Fannie e Freddie sia possibile solo su un punto : qui e là , non è il mercato che non funziona, è l'illusione statalista che si possa consentire alle imprese di stare sul mercato tenendole al riparo del rischio di perdite.
CON FANNIE e FREDDIE
l'ALITALIA NON C'ENTRA
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Ieri è stato annunciato il piano delle autorità finanziarie statunitensi per portare sotto il controllo del governo federale due importanti società finanziarie, conosciute come Fannie Mae e Freddie Mac. Il piano configura un intervento senza precedenti per dimensione e rilevanza. Queste società infatti posseggono o garantiscono quasi metà del mercato dei mutui negli Stati Uniti, un enorme mercato di circa 12 bilioni di dollari. Si stima che l’operazione costerà ai contribuenti alcune decine di miliardi di dollari. Anticipando l’intervendo del governo degli Stati Uniti, nei giorni scorsi molti commentatori in Italia non hanno lesinato commenti del tipo: mentre gli Stati Uniti, patria del liberismo, salvano dal fallimento Fannie Mae e Freddie Mac, in Italia ci si lamenta per il salvataggio di Alitalia. Oppure: il libero mercato è insostenibile, prova ne sia che anche gli Stati Uniti... e via di seguito. Il parallelo tra il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac e quello di Alitalia, per quanto forse superficialmente naturale, è a ben vedere inconsistente. Prima di tutto, la crisi del mercato finanziario ed immobiliare negli Stati Uniti ha reso purtroppo inevitabile il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac. Il loro fallimento avrebbe con ogni probabilità significato una riduzione dell’offerta di credito e un crollo dei valori immobiliari senza precedenti, con un associato grave inasprimento della recessione. In contrasto, Alitalia è fallita senza gravi ripercussioni macroeconomiche. Il governo italiano in effetti non ha operato alcun «salvataggio», ma ha piuttosto garantito ad una nuova compagnia privata condizioni di monopolio sulle rotte interne che sarebbero altrimenti state coperte da altre compagnie in condizioni di concorrenza. Ma come si è arrivati alla crisi di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia? Qui sta l’unico possibile parallelo. Le perdite di Fannie Mae e Freddie Mac, come quelle di Alitalia, sono dovute alla protezione dalla concorrenza di mercato loro concessa dai rispettivi governi. La vicenda di Alitalia è tristemente nota: gestione il più possibile protetta dalla concorrenza, condizioni contrattuali sopra mercato per i dipendenti, e management dipendente dalla politica hanno significato continue ed ingenti perdite regolarmente socializzate. Vale la pena di ripercorrere invece in qualche dettaglio quelle delle due società americane. Fannie Mae e Freddie Mac operavano fino a ieri come società private, quotate in Borsa. La loro origine è però pubblica. Fannie Mae è stata creata nel 1938 dal governo per rendere liquido il mercato secondario dei mutui. Ha operato in condizioni di monopolio fino alla fine degli Anni 60, quando è stata privatizzata e Freddie Mac è stata fondata dal Congresso per garantire una qualche forma di concorrenza nel mercato. Nonostante entrambe le società fossero private dagli Anni 70 in poi, la loro origine pubblica ha fatto sì che esse ricevessero notevoli vantaggi ed esenzioni fiscali, stimate in circa 6,5 miliardi di dollari l’anno. Ma soprattutto, l’origine pubblica delle due società ha fatto sì che esse godessero di una generalmente riconosciuta «implicita garanzia pubblica». Questa implicita garanzia si è manifestata nella loro capacità di indebitarsi ad interessi passivi vicini a quelli pagati dal governo federale americano sul debito pubblico; interessi quindi notevolmente inferiori a quelli pagati da qualunque altra società privata. Un esempio da manuale di quello che in Italia si chiama privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Naturalmente, ogni società che operi in regime di socializzazione delle perdite tende a prendere rischi eccessivi e decisioni inefficienti purché avvantaggino l’azionariato di controllo e il management. Fannie Mae e Freddie Mac non sono eccezioni a questo proposito. Fino alla crisi dei mercati finanziari e immobiliari del 2007 (che non hanno saputo prevedere e che hanno sottovalutato), Fannie Mae e Freddie Mac si sono ingrandite indebitandosi enormemente, hanno arricchito un management fallimentare, hanno generosamente remunerato i propri azionisti, e hanno ripetutamente commesso falso in bilancio. Freddie Mac ha addirittura violato la legge sui finanziamento elettorale nel tentativo di guadagnarsi l’appoggio del Congresso. Le vicende di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia dimostrano solo che società cui sia garantita la socializzazione delle perdite finiscono inevitabilmente per fare grosse perdite. Questo è vero negli Stati Uniti come in Italia. ALBERTO BISIN da il Corriere della Sera del 8 settembre 2008 |
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Il governo americano, come previsto, ha detto ieri che salverà Freddie e Fannie, nazionalizzandole. Non si tratta del fallimento del mercato. Un po’ come per la nostra Alitalia, si parva licet, è al contrario un tipico fallimento dello Stato. F&F non sono due banche e non sono neanche due società per azioni tradizionali. Sono quotate in Borsa e hanno azionisti privati.Maa loro sono stati affidati (si parla dell’epoca roosveltiana) compiti pubblici e uno statuto privilegiato. Il loro mestiere, in buona sostanza, è di ricomprare dalle banche i mutui che concedono ai cittadini americani. Se la banca x eroga unmutuo al signor Smith per 100mila dollari, può rivenderlo a F&F. In questo modo la nostra banca ottiene risorse per poter concedere nuovi mutui ad altri potenziali clienti e di nuovo rivenderli a F&F (ovviamente trattiene per sé qualche briciola). Lo scopo pubblico è quello di alimentare il mercato immobiliare americano con sempre maggiore liquidità. F&F, e qua sta il trucco, si approvvigionano di risorse finanziarie dallo Stato, hanno agevolazioni fiscali e non sono sottoposte a molti controlli regolamentari. E i mutui che comprano li cartolarizzano e, cioè, li rimettono sul mercato in forma di obbligazioni. Tutto questo gioco si regge sul fatto che F&F hanno una garanzia pubblica e dunque, come ha sottolineato ieri il segretario Paulson, vivono dell’ambiguità di essere aziende formalmente private e quotate,macon lo Stato americano responsabile per i loro debiti. Mica male. In questo modo le nostre due eroine hanno comprato il 50% dei mutui americani per la favolosa somma di 5.000 miliardi di dollari. Nonostante esse abbiano un patrimonio ridicolo: 80 miliardi. Hanno fatto ciò che era impossibile per qualsiasi banca americana. F&F, inoltre, per statuto, non possono comprare mutui subprime. E, dunque, nei 5.000 miliardi di dollari in mutui che detengono, i tassi di insolvenza sono piuttosto bassi.Ma comunquesuperiori a quelli di qualche anno fa e con un così risicato capitale a garanzia, il rischio di collasso era gigante. È un caso da manuale di privatizzazione degli utili (a favore degli azionisti) e di socializzazione delle perdite (a carico dei contribuenti). Alan Greenspan aveva avvertito il Senato americano di questa situazione nel 2001. Le lezioni che si possono trarre sono diverse. La principale è che lo Stato americano nel mercato immobiliare non ha mai adottato una politica liberale. È questo un fallimento tipico dello Stato e della sua regolazione, e non già del mercato. Questi avrebbe sanzionato ben prima la situazione delle due sorelle terribili: difficile investire in una società finanziaria che ha debiti 62 volte superiore al proprio patrimonio. Ciò è successo perché si sapeva che il patrimonio a garanzia era quello dell’intera collettività americana. NICOLA PORRO da il Giornale del 8 settembre 2008
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