I liberali verso la lista per le Europee

Sabato 21 giugno c'è stata a Roma la riunione del Consiglio Nazionale del Partito Liberale al quale sono stati invitati tutti i gruppi che stanno lavorando per dar vita alla lista comune alle Europee 2009. Di seguito si riporta il saluto di Raffaello Morelli, Presidente della Federazione dei Liberali.

Cari amici,

Come Federazione dei Liberali e come Partito della Libertà – che come ben sapete è una nostra raffigurazione – vi ringraziamo  per l’invito a questo vostro Consiglio Nazionale, un invito che è un rilevante passo per realizzare quell’ accordo tra noi fatto durante il periodo elettorale che però non è un mero accordo elettorale. I due punti dell’accordo sono punti radicalmente politici, nell’ispirazione ( la linea del liberalismo internazionale ed europeo) e nella prospettiva di lavoro operativo ( la lista dei liberali italiani per le prossime elezioni Europee e la differente collocazione parlamentare tra noi liberali e i  due partiti, quello del Popolo della Libertà e quello Democratico).

Ci fa piacere constatare che, nello spirito del nostro accordo, sono oggi presenti anche altri raggruppamenti o quelli con cui si opera da tempo nella stessa direzione, come Il Coordinamento dei Liberali Italiani e il Forum per l’Unità dei repubblicani, o  altre formazioni  che dalla lista in poi,  hanno  in vario modo elaborato convinzioni analoghe alla nostra: il reciproco accordo tra liberali e democratici è la strada giusta da battere, non tanto per dare una prospettiva politica concreta ai liberali, quanto e soprattutto per darla al paese.

In questa Italia, non è adeguatamente  rappresentata la  cultura della libertà, che è il valore cardine della convivenza. Non lo è in larga parte della società, lo è ancor meno nelle istituzioni. Si tratta di sterzare e di porre  la libertà del cittadino al centro della azione politica, per dare il massimo spazio alla diversità, alle molte identità e all'interrelazione tra i cittadini. Questo, insegna l’esperienza storica, è il vero motore della convivenza civile. Far crescere in chiunque il senso critico e per chiunque la possibilità di esprimere il proprio modo di essere individuale. Promuovere politiche fondate sull'iniziativa e sul confronto tra cittadini autonomi, preservandoli dal conformismo civile, dall’assistenzialismo sociale, dal proliferare dei privilegi. Adeguare di continuo le regole pubbliche, senza le quali non possono esistere né lo stato democratico né il libero mercato.  Evitare, sempre, che le dinamiche culturali, sociali, economiche, e la funzionalità delle istituzioni possano bloccarsi, poiché qualcuno, persona, gruppo, classe, partito, ha assunto ruoli e poteri di sostanziale monopolio o in sostanziale contrasto con la funzione pubblica loro affidata.

Questa concezione , che da lungo tempo è il dna di noi liberaldemocratici, risulta estranea al modo di essere dei due grossi partiti, il Popolo della Libertà e il PD. Non per caso risultano inadeguati al compito di dare alla società italiana più cultura della libertà. Non avendola, non possono praticarla nel fare leggi e nell’esercitare interventi pubblici. 
A Berlusconi abbiamo confutato la scelta di concepire la politica solo come potere e dunque il non rispettare l'abc del liberalismo. A cominciare da un leaderismo che tutto assorbe e da un populismo che prende il posto del confronto sulle idee e sulle proposte. Solo che negli ultimi mesi questa concezione è stata fatta propria con voluttà dal Partito Democratico, che  ha fatto cadere Prodi, ha sciolto la coalizione Unione confondendo  vocazione maggioritaria con autosufficienza, ha lanciato il rapporto preferenziale maggioranza-opposizione, il tutto in assenza di reali procedimenti democratici interni. Per anni è esistito un solo partito leaderistico e plebiscitario, oggi ce ne sono due, i due più grossi. E questo va in direzione opposta all'impegno di diffondere la cultura della libertà mantenendo aperto il circuito civile e sociale.

A Berlusconi abbiamo confutato il non avere mai affrontato a fondo il problema del   conflitto di interessi che lo tocca molto da vicino – anche se non in esclusiva – e in una misura senza uguali negli altri paesi occidentali. Il che  costituisce continua fonte di grave distorsione nell’esercizio delle  funzioni del Presidente del Consiglio ed un ostacolo grave al corretto svilupparsi del dibattito pubblico su provvedimenti di rilievo del governo (attualmente alcune norme sulla TV, il disegno di legge sulle intercettazioni e l’introdurre un criterio di priorità nell’esercizio dell’azione penale). Insomma, il conflitto di interessi è un bubbone dagli effetti devastanti sul tessuto democratico, oltretutto perché ha propaggini ad ogni livello. Ma dall’altra parte il Partito Democratico annaspa nel gorgo di ripetuti equivoci istituzionali, dalla grave confusione concettuale  sulla legalità alla singolare valenza attribuita al dialogo. Il che allontana la possibilità di crescita della cultura della libertà.

La legalità è uno strumento decisivo nelle istituzioni liberali proprio per il fatto che il diritto in essere prescinde dalla contingente maggioranza e tutela anche le minoranze in virtù delle procedure democratiche che danno linfa vitale alle leggi. La legalità rende possibile la convivenza tra diversi  e il cambiamento. Peraltro, appunto per queste caratteristiche, nessuno può appropriarsi della legalità attribuendosi improprie funzioni  sacerdotali cui riservare il privilegio dell’ultima parola su ogni cosa. E tanto meno la legalità può prendere il posto dell’aperto confronto democratico e del dibattito tra i cittadini. Così come la politica liberale non può esser mai totalitaria, totalitaria non può mai esserlo la legalità. La legalità si interseca con la politica democratica, non deve mai ad essa sovrapporsi. La cultura della libertà viene affossata se organi pubblici, come polizia e magistratura, trasformano la legalità in occasione per esercitare controlli pervasivi sui cittadini e per spostare il baricentro della convivenza, dai singoli cittadini che assumono variegate iniziative pubbliche e private secondo le regole , alla concentrazione del potere nelle mani di chi esercita preventivamente i controlli e attiva strumentalmente  la diffusione dei loro risultati. La confusione concettuale  sulla legalità non è meno pericolosa della disinvoltura sul conflitto di interessi.

Quanto al dialogo, il dialogare con chi è diverso è un metodo che costituisce linea politica solo quando si è in una situazione di scontro fuori dalla dialettica democratica. Non è il caso in Italia, dove solo l’alta borghesia radical chic  può sostenere che siamo al golpe. Ne è una riprova la netta dichiarazione di un’icona della sinistra, Ingrao, che ieri ha tagliato corto: “ non si può dire che Berlusconi è nazifascista”. Ma allora, in condizioni di conflitto fisiologico, se al dialogo non si accompagnano una visione da contrapporre ed ancor più delle proposte da confrontare, il dialogo mostra la  vera natura di aspirazione dissimulata al consociativismo. Al punto che Veltroni appare ora interdetto perché Berlusconi va avanti sulla strada indicata e secondo la sua mai rinnegata logica operativa. Come se dialogare significasse acquisire il diritto di compartecipare alle scelte. Anche qui la cultura della libertà richiede  comportamenti di tutt’altro genere.

Dunque, l’aggregarci come liberali ha lo scopo di lavorare per accrescere la cultura della libertà. Accrescerla in politica, non nelle dissertazioni accademiche o nelle tavole rotonde o in particolari luoghi riservati al panda liberale, come suggerito da eminenti personaggi. La cultura della libertà deve svilupparsi non in fondazioni asettiche dal punto di vista dell’impegno politico liberale, ma tra la gente affrontando problemi reali, così da indurre il cittadino a comportamenti politici all’insegna della libertà sul come organizzare la convivenza nella realtà di tutti i giorni ai vari livelli. Forse c’è stato un tempo in cui ai liberali bastava fare le mosche cocchiere di cavalli d’altre razze, oggi  quel tempo è passato per sempre. Non perché nei gruppi liberali, che sono oggi qui, vi sia un’assurda invidia per  il formarsi dei grossi partiti ( a chi non piacerebbe godere dei lussi dei grossi) . Ma perché I caratteri genetici di questi grossi partiti sono irrimediabilmente  distanti dalla cultura della libertà e perfino dal concepire la politica come confronto sull’organizzare la convivenza. E la politica ridotta a spettacolo per meglio impinguare il botteghino del potere è l’esatto contrario di quanto vogliamo come liberali , oltre che di quanto necessita oggi all’Italia. 

Già 10 anni fà, al Congresso di Oxford dell’Internazionale Liberale, i liberali avevano capito il senso della globalizzazione e avevano sottolineato come essa fosse una grande opportunità di crescita dovunque nel mondo a condizione di concepirla come sfida affinché, in ogni parte secondo le specifiche condizioni socio economiche, gli approcci politici fossero improntati al valorizzare la partecipazione e gli apporti liberi di ciascun cittadino.  Nel mondo c’è chi ha più o meno adottato questa linea e chi no. In Italia non si è adottata, specie in chiave comparata , e ora per rimediare ad un evidente arretramento progressivo di sistema, ci si dibatte tra il ricorso al protezionismo  – di cui ha parlato magistralmente Scognamiglio – contro il pericolo giallo e il ricorso, anche da parte dei conservatori dell’attuale governo, ai principi e alla prassi di una nuova egemonia gramsciana per meglio irretire il paese e nascondere che il re è nudo, cioè che il nostro sistema arranca parecchio. Ancora una volta alla cultura della libertà si preferiscono le politiche di controllo sul cittadino , presentate in modo accattivante , ma sempre  a scapito dell’autonomia.  Perfino quando, come in queste settimane, si celebra uno dei massimi liberali italiani del secolo scorso, Luigi Einaudi, uno che ha martellato senza pause sulla necessità di atti politici coerenti al costruire le condizioni di libertà per il cittadino, si omaggia il personaggio ma si tende a porre in ombra e a ridimensionare  i suoi legami ed il suo impegno nel e per il PLI , nonostante per lui fossero una costante comportamentale mai messa fra parentesi , salvo durante la  presidenza, ancora una volta per applicare il costume liberale sui ruoli istituzionali.

Oggi c’è bisogno di sollevare questa cappa di egemonia del conformismo verso il potere in auge e verso il pressapochismo demagogico, che soffoca il paese  e lo mantiene sganciato dal criterio di affidarsi ai cittadini, visti non come massa indistinta ma come attivi imprenditori di sé stessi e come effettivo elemento vitale. Anche la indispensabile e lodevole attenzione a chi è rimasto indietro e rischierebbe  di non disporre neppure dell’essenziale, non deve essere la riedizione di antichi atti di beneficienza o la riserva di caccia per stendere nuove reti di solidarietà burocratica, bensì essere concepita come momento della politica del mettere al centro la libertà del cittadino, per consentire a ciascuno di contribuire come sa e vuole alla convivenza nelle regole.  La nuova struttura portante della nostra società deve divenire questo cittadino voglioso di esprimersi e consapevole che il reale interesse che lo accomuna agli altri suoi simili è appunto la cittadinanza attiva , l’impegnarsi , oltre che nelle proprie faccende, nel coltivare le condizioni legali e politico operative per cui sia possibile una società sempre meno legata alle appartenze univoche, alle appartenenze di massa e sempre più legata alle relazioni mutevoli,  continue ed allargate degli individui tra di loro. In cui trovi uno suo spazio adeguato anche la razionalità scientifica  qui richiamata nel dibattito.

Per catalizzare la messa in moto di tale cambiamento di clima, occorre l’aggregarsi dei liberali, come portatori unici  (e monopolisti del tutto involontari ) dell’idea che le grandi riforme si fondano sul ruolo che viene dato al cittadino, cioè dipendono dall’atteggiamento delle singole  persone. Questa regola della decisiva importanza delle cose di base, dei comportamenti diffusi ed autonomi, emerge sempre più forte  in ambito economico, ove ogni dettaglio innovativo pesa crescentemente, oppure in ambito scientifico, ove sono le nanotecnologie a consentire rivoluzionarie trasformazioni delle proprietà reali delle superfici di oggetti materiali finora percepite come ben differenti. Perché mai lo stesso principio non dovrebbe valere in politica, che è la summa delle variegate esigenze della vita umana ? E questo principio della autonomia diffusa del cittadino è appunto quello liberale.

Dunque le ragioni per un’aggregazione politica dell’area liberale sono molto profonde e forti a livello diagnostico. Ma proprio in nome del realismo liberale dobbiamo anche riconoscere  che vi sono strumenti terapeutici molto deboli. Ecco perché dobbiamo supplire con l’impegno e con l’accortezza sui meccanismi operativi . Da questa consapevolezza deriva il perché di dedicarsi per prima cosa alle Europee 2009. Perché le condizioni ambientali sono più favorevoli. I cittadini elettori si sentono più sciolti dai vincoli dei rapporti con la realtà dei poteri quotidiani, sta crescendo la percezione della necessità di sburocratizzare bruxelles per far prevalere l’attenzione ai grandi principi sulla convivenza, le alternative politico culturali non sono avvolte nelle fumisterie della politica italiana e sono chiare. Esistono i popolar conservatori ( e il Popolo della Libertà sta con loro), i socialisti ( in pratica, nonostante tutti i contorcimenti e le dissimulazioni, sta qui il PD salvo forse l’amletica Margherita ) , i liberali dell’ELDR.

Sappiamo che anche partendo dall’Europa prima che dagli assetti nazionali, non saranno rose e fiori, che il cammino sarà arduo. Dobbiamo far capire al singolo cittadino che è sterile fare il liberaldemocratico senza avere consistenti legami con le organizzazioni politiche che lavorano per il liberalismo. Dobbiamo sviluppare radici sempre più diffuse sul territorio e visibilmente distinte dai due giganti  elettorali italiani. Dobbiamo impegnarci da subito a costruire una rete capillare per la raccolta delle firme di legge. E definire nome della lista, il simbolo e altri numerosi particolari. Nel frattempo dovremo anche difenderci  dalla tenaglia tra Popolo della Libertà e PD per semplificare forzosamente il panorama politico del paese. Non mi riferisco tanto all'introduzione di una soglia di sbarramento in un contesto proporzionale ( a patto che non sia elevata) soglia che già esiste in altre democrazie. Mi riferisco all'indegna campagna bipartisan e dei maggiori quotidiani a sostegno del principio del voto utile. Quasi che chi non si riconosce nei grossi agglomerati fosse figlio di un Dio minore cui deve essere negata la cittadinanza. Mi riferisco alla pretesa di commisurare la propaganda elettorale sulla TV , specie quella pubblica, alla forza preesistente di ogni partito. Quasi che il confronto elettorale fosse riservato ai soliti noti e non dovesse essere occasione per aprirsi a nuovi gruppi e nuove aggregazioni. Mi riferisco alla proposta di  togliere al cittadino, anche alle Europee, la possibilità di scegliere la persona che dovrebbe rappresentarlo per consegnare tutto  ai capipartito anche qui. Quasi che la democrazia fosse mettersi nelle mani di sedicenti grandi sacerdoti che tutto sanno e giudicano anche a proposito degli interessi della gente piuttosto che attivare meccanismi che attribuiscano ai cittadini, attraverso un libero confronto, le principali decisioni su chi deve rappresentarli. E di fronte a tutte queste incombenti manovre a tenaglia, trovo molto opportuna la proposta  di chiedere udienza al Presidente Napolitano quale garante dei diritti costituzionali di tutti.
 
Questo è il compito globale che deriva dal nostro accodo e che dobbiamo concretizzare in un incontro  formale all’inizio di luglio. Dobbiamo evitare che vi siano molti apolidi liberaldemocratici. Bisogna riunirci sotto il tetto di cui a luglio apriremo il cantiere. Guardando avanti, come sempre. Perché i liberali, i repubblicani, i democratici riformatori fuori dalle caste, non possono mai essere dei reduci di qualcosa. La loro natura li porta ad essere solo i pionieri della libertà, che  al fondo è la sola forma di sviluppo e il solo modo di vivere l'oggi pensando al futuro. Noi non siamo né i liberali che si piangono addosso lamentandosi che è impossibile fare qualcosa né quelli che rinviano sempre tutto drogandosi con il ritornello che prima o poi emergerà da sé che i  liberali sono almeno il trenta per cento. Noi saremo quello che sapremo fare con le nostre mani. Come si conviene ai liberali.