In quale gruppo parlamentare gli eletti radicali ?

Marco Pannella aveva pensato già prima delle elezioni un'Assemblea a Chianciano, detta dei Mille ( anche se poi erano cinquecento) , per riflettere sulle nuove iniziative radicali. Poi c'è stato il "diluvio", come lo chiama impropriamente lo stesso Pannella , dato che il diluvio è un evento naturale spesso imprevedibile, mentre  il 13-14 aprile è stata una cosa provocata da uomini e donne in carne ed ossa e largamente prevedibile, tanto che ne avevamo parlato anche su queste pagine.  E  la situazione sempre più disastrata del paese ha indotto a partecipare anche i liberali per avanzare una proposta. Per illustrarne le ragioni profonde, riportiamo  il testo integrale dell' intervento di Raffaello Morelli  nel tardo pomeriggio di sabato 3 maggio 2008.

Ho chiesto di poter intervenire a questa vostra Assemblea – e ringrazio per avermelo concesso in linea con la vostra costante tradizionale abitudine di dare la parola a chi la chieda – non per applaudire il vostro indirizzo generale ( anche se apprezziamo molto la vostra passione e il vostro approccio concreto ai problemi complessivi della convivenza,lo dimostrano  le quattro commissioni ) quanto per esporvi il punto di vista critico, magari non poco critico, dei liberali italiani ed avanzarvi una proposta, all'insegna di quella icastica frase che un famoso liberale, professore della Cesare Alfieri negli anni '50, Pompeo Biondi, usava per definire la democrazia, "la democrazia è la ragione che non si stanca di combattere".  

Non è la prima volta che facciamo questi rilievi. Anche al Vostro Congresso di Roma nell'autunno del 2003 tentai senza alcun successo di richiamare la Vostra attenzione sull'esigenza di raccordare i liberali in Italia , al di là delle differenze sulla politica nazionale, dato che voi allora continuavate a cercare risposte da Forza Italia e dal suo leader Berlusconi e noi lo osteggiavamo dal 1994. Nel 2006 la divisione restò ma fummo almeno — dopo dodici anni –  dalla stessa parte, risultando tutti singolarmente decisivi, voi e l'area liberale, nel far prevalere l'Unione di Prodi per 24.700 voti. Due settimane or sono, la divisione tra di noi è rimasta e purtroppo siamo tornati ad essere  su parti differenti, voi integrati nella lista PD e noi in navigazione su una nostra lista messa su all'ultimo per marcare la decisa lontananza dal leaderismo plebiscitario, non più del solo Berlusconi ma questa volta anche del clone volontario Walter Veltroni.  

Però la nostra ragione liberale non si stanca di combattere. Anche perché oggi, esiste per noi un motivo in più di farlo, un motivo finora  curiosamente innominato anche qui all'Assemblea, e cioè il fatto che tra due settimane a Belfast sarà esaminata dal Congresso dei Liberali la Vostra domanda di aderire per la prima volta all'Internazionale Liberale. Noi continuiamo ad insistere nel prospettarvi ancor oggi uno strumento politico alternativo per il nostro paese che giudichiamo davvero indispensabile e urgente.

 Insistiamo perché a noi liberali sembra impossibile negare l'innegabile per quanto concerne l’analisi di fondo. Quattordici anni di contraddittoria applicazione del maggioritario di coalizione fatta da due agglomerati alternatisi ma accomunati dall'esser sganciati sempre più dalla politica, dall'esser sempre più leaderistici e plebiscitari, dall'esser sempre più lontani dal liberalismo, hanno condotto il Paese sull'orlo del baratro. Con stipendi troppo bassi, imposte troppo alte, servizi pubblici deficitari e un ritardo strutturale nella ricerca aggravato da una legislazione soffocatrice della libertà dei ricercatori. In questo arco di tempo, si è passati dalle degenerazioni di potere della politica negli anni terminali della prima repubblica, al giustizialismo dell'antipolitica e poi alla post politica, in cui alle elezioni si sceglie un capo e non un progetto. Invece che a costruire un progetto per la convivenza, ci si  dedica senza vergogna  agli annunci di eventi spettacolari e semplificatori, contraddistinti da scenari di cartapesta e da slogan senza sostanza politica.  Così senza disporre di progetti politici di libertà , la  crisi italiana è divenuta via via più grave, da un lato per l'incapacità di cogliere in modo adeguato le opportunità della globalizzazione e addirittura di stare al passo con i ritmi produttivi degli altri sia i paesi più avanzati sia quelli che cominciano solo ora ad uscire dalla fame, dalla miseria e dalla illibertà civile, dall'altro per l'incapacità di rimodellare le nostre regole istituzionali e l'organizzazione della presenza pubblica così da poter affrontare i nuovi problemi di convivenza tra i cittadini, a cominciare da quello della sicurezza, indotti dalle profonde modificazioni nel tessuto sociale, economico, territoriale e religioso.  

Di fronte a questa situazione, per tutti noi, la inevitabile risposta è accrescere il tasso di liberalismo per cominciare a colmare quel buco di liberalismo che è la più vera e consistente malattia del nostro paese. Il liberalismo come impegno di trovare di continuo l'equilibrio di libertà tra i cittadini , senza illusorie ricette definitive fuori dal tempo e dallo spazio. Come impegno a praticare forme di partecipazione fondate sulla responsabilità individuale, che rifuggano gli approcci acritici, il populismo, il modello cinghia di trasmissione, il conformismo comunitario, la fede come fonte legislativa, che promuovano regole condivise e aggiustabili, il merito, l'inclusione come occasione e non come appiattimento. Insomma, puntare ad una coesione sociale che si liberi dall'invidia egualitaria e si articoli sulle diversità che si potenziano nella competizione collaborativa. Per questo, occorre trasformare la mentalità corrente, certo, ma siccome questa cosa richiede più tempo, cominciando dal trasformare le regole che regolano i rapporti di convivenza e dal tracciare la strada attraverso comportamenti coerenti. Perché sappiamo che libertà, mercato, concorrenza, protezione sociale, non si autoperpetuano per gemmazione e che senza liberalismo politico non possono prosperare come potrebbero e dovrebbero. Noi liberali e voi radicali abbiamo sempre convenuto su questo obiettivo , però ci siamo costantemente distinti sui modi di raggiungerlo.  

Noi sosteniamo che in Italia è necessario lavorare all'aggregazione di tutto il mondo liberale in un soggetto politico autonomo. Autonomo su una politica che metta la libertà del cittadino al centro di ogni provvedimento e di ogni iniziativa. E che dunque, PRIMO abbia anche la consapevolezza di essere oggi minoritaria. Non tanto perché rifiutata quanto perché, a causa di antiche tradizioni del nostro paese,  non seguita e tanto meno applicata dai più, che preferiscono correre frenetici di qua e di là alla ricerca di illusorie ed inesistenti scorciatoie amicali fatte balenare dai potenti gruppi di turno. E insieme, SECONDO, una politica consapevole che, arrivando ad esistere come soggetto politico, eserciterebbe al tempo stesso una funzione formativa sull'opinione pubblica e un'azione di stimolo critico verso le ricette non liberali, avviandone la modifica e accrescendo per questa via il tasso di liberalismo nella vita pubblica. E'  perfino superfluo dire che l'aggregazione di tutto il mondo liberale da noi propugnata non ha niente a che vedere con forme di partiti chiesa, verticistici o padronali il cui dna finirebbe per confliggere con quello della libertà di ciascuno. Sto parlando di aggregazioni aperte in grado di mantenere sempre funzionante l'interscambio capillare interno. E' un lavoro che stiamo concretizzando da  un anno e mezzo attraverso la formazione del Coordinamento Liberali ( che oltre la nostra organizzazione nazionale  già include federalmente una dozzina di gruppi  diffusi sul territorio) e  attraverso il rapporto robusto nell'associazione NOI RAGIONIAMO con il Forum per l'Unità Repubblicana (che in pratica comprende tutto il mondo repubblicano cosciente che di quella tradizione si tratta di conservare non i vecchi simboli bensì il vitale senso della libertà e dell'autonomia politica come patrimonio per proteggere il cittadino. E infine, un nuovo importante tassello a questo lavoro aggregativo dei liberali,  è venuto dall'abbandono dell'area del Popolo della Libertà da parte degli amici del PLI, un’altra organizzazione nazionale, un abbandono che ha consentito alle elezioni di metà aprile l'esperienza, un pò precipitosa quanto ai tempi, ma comunque dignitosa di una lista liberale distinta dai due grossi partiti per indicare la strada dell'atonomia . 

Voi radicali, come testimonia – permettetemi –  l'esperienza dell'ultimo quindicennio, ritenete invece che ai fini del comune obiettivo di alzare il tasso di liberalismo sia prioritario assicurare la presenza in parlamento del vostro gruppo dirigente. Secondo l'equazione che più radicali in parlamento significano più possibilità di rappresentare le istanze dell'intero mondo liberale, libertario, liberista, transnazionale, e così via. E' una tesi che non suscita nei liberali la minima pulsione di gelosia, ma che non ci pare una tesi soddisfacente alla luce dei risultati sotto il profilo civile negli ultimi quindici anni. Non è una tesi soddisfacente perché il parlamentarismo liberale connette il rappresentare i cittadini ad una specifica funzione, quella di dare regole alla convivenza usando procedure prefissate. Il fulcro della questione resta la costruzione in parlamento del progetto politico di convivenza ( i referendum possono costituire un stimolo e un  importante complemento ma non una surroga del parlamento). E siccome il mondo liberale è quello che ha inventato il sistema di contare le teste e di non tagliarle, nessun liberale si può permettere il lusso – anche se in verità è stato fatto da quasi tutti per un secolo – di affermare "la mia presenza in parlamento garantisce di per sé tutti i liberali". In realtà più i parlamentari sono ottenuti in modo indiretto utilizzando mezzi altrui e attribuendosi rappresentanze che di fatto non si hanno , più il progetto diviene fragile, è indistinguibile dai personaggi che lo rappresentano e alla fine svanisce nell'immaginario del cittadino.  

Accrescere il tasso di liberalismo significa viceversa  riuscire a rendere percepibile e diffusa nel paese l'idea che sono la diversità liberale e il metodo critico le migliori garanzie storiche per dare a ciascun cittadino la possibilità di esprimersi al meglio e di disporre dei beni essenziali.  Il liberalismo non come panda da tutelare, ma come opportunità per ciascuno. Il liberalismo come processo faticoso che richiede l’apporto  di ciascuno dei sostenitori,  in modo che così nessuno debba farsi carico di tutti magari rinunciando alle ferie per lavorare 18 ore al giorno in politica. Per questa via si aumentano le teste da contare, le teste di chi si riconosce nel progetto, e si  irrobustisce la proposta anche a livello parlamentare. Avere degli eletti per interposto razzo di messa in orbita , non risolve di per sè le questioni; assicura sì maggiori risorse e qualche maggiore visibilità ai singoli, ma al fondo invece di esaltare la proposta politica, finisce per farla affondare a poco a poco relegandola tra le curiosità antropologiche. Quando il punto principale diviene "a tutti i costi in Parlamento", si attiva un infernale meccanismo obbligato che piega anche la più radicata passione politica come quella dei radicali. Innanzitutto il target operativo diviene non il contatto con il singolo cittadino ma il grande proscenio, perché è indispensabile attirare l'attenzione degli  addetti ai lavori . Poi, attirata l'attenzione dei più grossi degli addetti, è automatico  privilegiare l'obiettivo di utilizzare la  loro forza. E siccome questa  forza appartiene di volta in volta ad altri progetti distinti se non contrastanti con il proprio, allora si cerca di ricuperare la capacità di incidere stabilendo un rapporto diretto con il capo di quella forza, di cui si asserisce di essere i più coerenti sostenitori, confidando nella di lui interessata riconoscenza come premio di una riconosciuta professionalità politica. Ora un percorso del genere espone appunto all'affondamento dell'identità o comunque al suo offuscamento, il che rende impossibile in seguito incidere in qualche modo sulla costruzione in Parlamento delle nuove regole della convivenza. Una simile ricostruzione non è fantascienza. E' solo la sintesi di quanto è avvenuto dal 1994 durante molti anni e perfino dopo il distacco del 2001 da FI, che si è ripetuto nel biennio 2006-2008 e che dai primi   sintomi potrebbe ripetersi d'ora in poi.  

Questa divergenza tra di noi sul modo di accrescere il tasso di liberalismo, non è una banalità. Ed è ancor più nociva poiché rspetto ai tempi è asimmetrica. Nel senso che mentre il dissenso dei liberali nell'immediato non inibisce lo strumento che voi intendete adottare ( l'esser presenti in Parlamento a tutti i costi),  al contrario la vostra scelta autoreferenziale inibisce immediatamente la nostra proposta di puntare a costruire il soggetto autonomo di tutti i liberali, quel soggetto organizzato non come i partiti chiesa ma secondo forme coerenti con la logica della diversità individuale e della concorrenza collaborativa che ci distingue.  Tuttavia a me pare che volendo non sia una divergenza incomponibile. Talvolta, come in Veneto, siamo perfino riusciti ad interloquire. Anzi, credo potrebbe  essere l'odierno momento così disastrato ad agevolare l'avvio del componimento e mettere in cantiere la costruzione del soggetto autonomo dei liberali . Bisogna utilizzare le nostre reciproche componenti con le loro esperienze individuali e di gruppo, a cominciare dalla parte positiva del vostro sistema, la rappresentanza parlamentare che voi avete ottenuto.

Mi spinge a farvi questa proposta sia la situazione del paese  ma mi spinge anche la vostra scelta di chiedere l'ammissione a Liberal International. Perché, se volete far parte della famiglia liberale nel mondo con altri italiani che già ne fanno parte, non la volete metter sù anche in Italia ? Perché se a livello internazionale e a quello europeo riconoscete che il mito del bipartitismo e quello del bipolarismo sono cose irreali, miti appunto, specie di letti di Procuste inventati dagli adoratori dei partiti chiesa , se riconoscete che i filoni culturali veri sono molti di più ( popolarconservatori,  socialisti,  liberali, e poi ambientalisti,  sinistra antagonista, noglobal, e purtroppo  fondamentalisti) , perché, per quanto concerne la situazione italiana dovreste trasformarvi in sostenitori del bipartitismo/bipolarismo dei due grossi partiti leaderistici e plebiscitari? Perché dovreste irragionevolmente trasformare il normale bipolarismo elettorale tra coalizioni in un bipolarismo quotidiano come destino immutabile dello stare di qua o di là, che riduce la politica a mera lotta per il potere tra i soliti noti ?  

Io mi permetto di avanzare una proposta conseguente alla speranza che voi  intendiate allargare in Italia la famiglia liberale cui oggi avete chiesto di aderire a livello internazionale. Una proposta che va in questa direzione e che vi prego di esaminare tenendo presente che, se condivisa,  la cosa andrebbe conclusa nel giro di settimane, non di mesi, onde evitare che di nuovo le nostre traiettorie si allontanino. Ben sappiamo, tutti noi, che il diavoletto tentatore dell'impenitente individualismo radical liberale è in servizio permanente effettivo. Dal 1994 ad oggi , siamo stati dalla stessa parte come schieramento solo nel biennio 2006-2008. Prima voi stavate con Berlusconi o nei paraggi, e noi eravamo tra i dieci fondatori l'Ulivo coalizione e poi nei paraggi. Dopo, voi avete fatto la scelta della lista PD e noi abbiamo fatto la scelta di una lista autonoma dai due schieramenti.  

Certo, questa nostra proposta presuppone che, oltre ad allargare in Italia la famiglia liberale, voi intendiate sottrarvi all'affabulazione veltroniana. Questo , lo riconosco , è un punto essenziale. Ma voglio sperare che voi, dichiarandovi i giapponesi di Prodi ancora ieri pomeriggio, non vogliate e non possiate disconoscere che l'affabulazione veltroniana ha esasperato e perfino ridicolizzato l'antica idea parisian-prodiana della trasformazione dell'Ulivo coalizione in Ulivo indistinto. Noi, come liberali fummo fin da subito contrari a questa ipotesi, perché secondo noi organizzare la convivenza significa irrobustire la capacità di ogni cittadino di esercitare la sua libertà individuale nella complessità del reale. Quindi, servono più distinzioni culturali e non meno, perché solo disponendo di un più ampio ventaglio di valutazioni si possono cogliere, nel tempo e con il confronto, i nodi di illibertà da sciogliere e i modi per farlo. Sono indispensabili partiti (diversi per filoni culturali) e poi coalizioni programmatiche di governo che indichino quali nodi affrontare, quando e come. Comunque che sia, dall’indistinzione culturale ulivista si è finito per  arrivare al PD concepito cammin facendo come una sorta di  sindacato di potere senza altro progetto politico culturale che sé stesso. E mancando un progetto politico culturale per affrontare la realtà e districarla, si è ricorsi a diagnosi  insufficienti, se non errate, per  giustificare l'esistenza del PD e motivare la evidente difficoltà di governare.  A tal fine l'affabulazione Veltroniana ha creato due grandi mostri da cacciare, i nanopartiti e la sinistra radicale. 

Nella coalizione Unione i partiti non ulivisti erano numerosi ed elettoralmente un terzo del totale. La cura veltroniana non è stata trovare terapie credibili e condivise per i problemi del paese, ma impedire che i partiti siano tanti cacciando i nani. Veltroni ha teorizzato che occorreva congelare l'esistente attorno ai due partiti più grossi. Ma non è la frammentazione che rende difficile la governabilità, è la grave carenza di progetto politico che incentiva la frammentazione. E ricorrere  al partito fluido, senza richiami culturali, la esaspera portando alla demagogia piramidale. Ma tanto per nasconderlo è stato tirato fuori dal cilindro il coniglio capro espiatorio della sinistra antagonista e radicale.  Assunto davvero stupefacente dal punto di vista liberale, che si attiene sempre ai fatti. Sì, perché i problemi sollevati dalla sinistra antagonista sono stati molto spesso reali ( vedi questione salari bassi e questione della sdrucita rete di protezione sociale), e perché nella pratica l'ultrasinistra, anche se talvolta  avrebbe sperato in soluzioni ultravetero,  non ha stracciato mai il programma dell'Unione. Non appartiene all'ultra sinistra l'accoppiata Padoa Schioppa - Visco , l'effettiva affossatrice del governo dell'Unione con atteggiamenti assurdi e altezzosi che incrociando nei corridoi dei banchieri centrali e dell'ideologismo burocratico, hanno sospinto lontano dal mondo reale del cittadino, gabellando per necessità istituzionali la continua prassi di nascondere la verità nella diffusione dei dati. 

Veltroni ha innalzato la bandiera dell'inclusione ad ogni costo nel corpaccione del PD egemone. Ma, come è stato scritto, l'eccessiva inclusività diventa un ostacolo peggiore del settarismo quando pretende di mettere insieme posizioni radicalmente eterogenee. Si confonde tra criteri per collaborare e coalizzarsi (che sono una cosa) e criteri di identità (che sono un'altra). Anzi, neanche collaborare e coalizzarsi prescindono dal conflitto regolato e sono un processo dall'esito non prestabilito. Risolvere i conflitti che si manifestano, è ben diverso dall’ ( illudere di ) impedire ogni conflitto assumendo un’identità indistinta e bandendo i nanogruppi. Né la sbandierata vocazione maggioritaria né l'essere grossi costituiscono identità politica. In verità si equivoca aposta sull'obbiettivo del maggioritario: che non era il bipolarismo, era dare ai cittadini uno strumento per scegliere tra indirizzi di governo e poi per giudicarne la gestione. Perciò le coalizioni dovrebbero essere costruite per governare, non contro qualcuno.  

Lo strumento chiave dell'affubulazione veltroniana è stato far cadere il governo Prodi  ( perché questa è la realtà effettiva denudata da svolazzanti foglie di fico ) al fine di poter estinguere la ragione sociale della vecchia Unione, che rimaneva quello di provare a battere il  Partito del Popolo della Libertà.  Eppure fra la probabilità e la certezza di perdere, la differenza non è irrilevante. La differenza sta nelle miopi convenienze di un'esplicita volontà egemonica, che ha prevalso riecheggiando antiche cantilene e  riesumando anche il mantra del voto utile. Un concetto questo che qui tutti noi non dovremmo sottovalutare perché insinua surrettiziamente l'idea che votare serva solamente a stabilire chi vince o , ancor peggio, che conta solo la forza e non le idee e tanto meno la partecipazione. E nel nostro sistema questa idea è pericolosissima.  

Infatti, se si fosse in un sistema elettoralmente tipo torneo sportivo a turni successivi  che restringono progressivamente il numero dei concorrenti, ogni turno servirebbe sì a scegliere qualcuno che va avanti ma nel complesso verrebbe conservato il principio che le proposte prese in esame sono molte e che vengono selezionate con il voto e con la partecipazione civica ( e non con le reti strutturate a prescindere dal voto che formano una sorta di imbuto pregiudiziale manovrato da vere e proprie caste di privilegiati). In questo caso, per ogni incontro/turno, si potrebbe parlare di voto utile senza violare il quadro di funzionamento della democrazia rappresentativa.  

Se viceversa, come ora in Italia,  il sistema è a turno unico , proporzionale con premio di maggioranza per la coalizione che arriva prima, senza preferenze né primarie,  introdurre il principio del voto utile tende pericolosamente ad assomigliare ad un disegno di rifiuto del confronto politico pluralista e policentrico tra i cittadini nella loro individualità. La campagna del voto utile minaccia di  essere l'anticamera del ridurre la democrazia a mero scontro tra clan per il potere. Il concetto di voto utile serve ad adottare questa logica, nel senso che solo in questa logica le elezioni hanno in palio esclusivamente il vincere, escludendo ogni interesse a rappresentare le diverse opzioni e all'incastrarle in base ai confronti ( non per caso il sen. Tonini ha appena finito di dire nel suo intervento che in democrazia quello che conta è il governo, e gli altri ?).  Con un simile atteggiamento si preserva un meccanismo di potere caro alle due eterne chiese,  contrapposte sulla titolarità delle poltrone ma unite nello sbarrare l'accesso a chi non rientra tra i rispettivi adepti.  

A me pare insomma che la pericolosità del voto utile sia un'idea ai limiti della incostituzionalità. Perché comprime il ruolo e gli spazi del cittadino qualunque che vorrebbe esercitare liberamente il proprio senso critico. Oltretutto la questione del voto utile si accompagna all'altra follia illiberale degli attacchi al principio della legge sulla par condicio televisiva. Per dieci anni è stata uno dei cavalli di battaglia del Cavaliere (  almeno su questo  assolutamente coerente ) che predicava la surreale necessità di commisurare i tempi della propaganda alla forza preesistente o prevista nei sondaggi di ogni forza politica , poi è stata  praticata da quel Veltroni che durante gli stessi precedenti dieci anni aveva seguito la linea opposta, quella dell'impostazione liberale. Così come la questione del voto utile si accompagna anche all'altra preoccupante tendenza del PD di clonare l'esperienza dei 14 anni di Forza Italia nel non svolgere assisi democratiche e nell'affidare al capo, senza mediazioni o mascheramenti, la decisione sull'intero arco delle scelte politiche qualificanti. Atteggiamento reiterato ora anche con la proposta del Congresso, ancor prima di individuare il tema in discussione o di riflettere sull'accaduto, perché ciò che preme all'affabulatore  è un nuovo referendum/plebiscito sul capo e non il reciproco confrontarsi sulla politica. 

Penso dunque che vi siano buone probabilità che anche voi, qualificati tutti giapponesi dallo stesso Prodi, non siate inclini a farvi irretire dall'affabulazione veltroniana (soprattutto dall'ultima trovata, ripetuta anche ieri alle ACLI ieri, secondo cui avrebbe perso il governo Prodi e vinto il PD veltroniano, tesi che è un vero e proprio tentato raggiro intellettuale e politico).  E allora con questa premessa dopo l'altra dell'adesione a LI, ritengo non irrealistico proporvi di fare un passo nuovo, questa volta insieme , sulla strada di colmare il buco di liberalismo. Riguarda la vostra scelta di come organizzare i vostri nove parlamentari. Mi pare che potrebbero essere utilizzate le pieghe dei regolamenti parlamentari per dar vita all'interno del gruppo misto ad una componente politica, dichiaratamente radical liberale e riconosciuta come tale, pure con annesso  qualche limitato vantaggio operativo, usufruendo del simbolo della lista che alle recenti elezioni politiche abbiamo presentato al Senato e alla Camera. 

Non sarebbe un piccolo passo politico. Se compiuto con accortezza e determinazione, affermerebbe per la prima volta nella storia repubblicana la volontà del mondo liberale di non limitarsi più a rattoppare come viene il buco di liberalismo del paese, ma di essere finalmente deciso a mettersi in gioco in prima persona, senza camuffamenti o convenienti pigrizie, per contribuire quale soggetto politico autonomo,  che dice quel che fa e fa quel che dice,  a bloccare lo scivolamento del paese verso esiti sempre meno liberali e dunque socialmente sempre più ingiusti e poveri, specie per i più deboli. Sarebbe il criterio basilare per cominciare a combattere davvero il dilagare in Italia della cultura berlusconista ed ora del maanchismo veltroniano.
Per questo non credo  che l’auspicato esame di questa proposta da parte vostra possa essere ostacolato o tanto meno precluso dai  vostri rapporti preelettorali con il PD. Salvo naturalmente  che abbiate già deciso in modo definitivo di far parte non soltanto del gruppo parlamentare ma in prospettiva dello stesso partito democratico.

Ovviamente, per cultura e realismo, l'autonomia politica dei liberali è il contrario della separatezza dei liberali. L'autonomia dei liberali non prelude al chiudersi nel mondo liberale quasi che la questione della libertà del cittadino riguardasse solo noi. Al contrario, l'autonomia politica dei liberali significa prioritariamente dar forza ad un diverso modo di concepire le alleanze, non  fondate più sulla monocultura di ciascuno bensì sul coalizzarsi tra culture differenti  aperte alla collaborazione su temi precisi e con tempi definiti, cosa che non è il reciproco annullamento. Nel caso dei liberali, le alleanze naturali sono con le culture che, pur distinte, convergono sul mettere la libertà del cittadino al centro della politica e sul contrapporre la laicità delle istituzioni, perseguita da credenti e non credenti, ai progetti  che vogliono  intersecare potere e religione. In Italia, ciò implica che un rapporto collaborativo tra area liberale e area socialista è imprescindibile. Così come con tutti coloro che usano il  senso critico e compiono atti concreti di apertura del circuito sociale alla responsabilità individuale e alla democrazia del conflitto delle idee e del rispetto delle regole.  

Fare in parlamento la componente radical-liberale del gruppo misto sarebbe un'ulteriore  riprova che davvero la democrazia è la ragione che non si stanca di combattere.