Lettera di un liberale ad un altro liberale

Una lettera di Raffaello Morelli a Enzo Marzo per un raggruppamento dei liberali.

 

Caro Enzo,
in questi giorni di avvio della campagna elettorale ho avuto modo di leggere su Critica la Tua lettera di liberale al socialista Boselli sul caso Mastella e poi del convegno su programmi elettorali e garanzie laiche che Critica ha organizzato  insieme a CGIL Nuovi Diritti per lunedì 17 marzo. Ciò ha suscitato in me alcune riflessioni che penso opportuno esporti pubblicamente in sintesi.

Si è concluso il ciclo politico iniziato nel 1995 con il formarsi della coalizione Ulivo per contrastare la proposta politica berlusconiana. A parte le cause remote e  recenti, peraltro già da tempo denunciate, basta qui prendere atto che quel ciclo si è concluso nel momento in cui, costituito il PD senza averne definito prima progetti e programmi al di là della esplicita volontà egemonica, il segretario Veltroni ha estinto la ragione sociale della vecchia Unione, provare a battere il centro destra (ora Partito del Popolo della Libertà). Fra la probabilità e la certezza di perdere, la differenza non è irrilevante. Sta nella dichiarata scelta di dedicarsi ora a quella che, in modo eufemistico, è chiamata una stagione di confronto moderato tra i due più grossi partiti italiani, non escludendo anche più larghe intese nel segno del leaderismo plebiscitario.

Assieme alla fine di questo ciclo, c'è un'altra constatazione da fare. Dal 1994 ad oggi, il berlusconismo ha vinto di fatto la battaglia culturale, imponendo nel paese il proprio modo di essere. Che è una politica di potere senza progetto politico e una diffusa aspirazione al successo senza merito né sacrifici e alla sicurezza senza partecipazione civica né regole di convivenza modellate sulla responsabilità personale piuttosto che sul falso pietismo.

L'accoppiarsi di questi due fattori impone a noi liberali di acquisire una precisa consapevolezza. Il buco di liberalismo, che da anni andiamo denunciando, non può più essere rattoppato come viene, contentandoci di piccoli artifici per arginare il peggio e illudendosi che, riuscendo ad infilare "là dove si puote ciò che si vuole" singole persone di cultura liberale, per di più accuratamente dissimulata, si possa guadagnare un pò di tempo e bloccare lo scivolamento del paese verso esiti sempre meno liberali e dunque socialmente sempre più ingiusti e poveri, specie per i più deboli. Così, in vista delle elezioni del 13 aprile 2008, la strategia che d'accordo adottammo  il 9 aprile 2006 è  uno strumento inutilizzabile.

Nel 2006, per evitare il ritorno del berlusconismo, facemmo campagna per quei partiti dell'Unione (non gli ulivisti e non la sinistra antagonista) che erano meno lontani dalla politica liberale. E fummo anche noi determinanti (i famosi 24.700 voti). Oggi, la vittoria del Popolo della Libertà è certa alla Camera e al Senato potrà anche esser assai limitata per questioni di porcellum ma le minoranze saranno almeno tre ( nell'ordine PD, Sinistra l'Arcobaleno, Unione di centro ), quindi non staranno insieme automaticamente contro la maggioranza. Il che significa che non si ripeterà lo stallo della passata legislatura e il Popolo della Libertà, vincitore alla Camera, sarà agevolato nel trovare un assetto di governabilità.

Già per questo non serve più far convergere i voti su chi, fuori dei grossi partiti, potesse esser giudicato meno lontano dalla politica liberale e servire a battere il centro destra. A questo si aggiunge l'ormai conclamata vittoria culturale del berlusconismo, che impone (di certo ai liberali) di decidersi a por mano a riparare quel buco di liberalismo, dato che senza questa riparazione non si possono riparare neppure i guasti bipartisan di questo quindicennio senza politica e senza confronto politico sui modi di  convivere.

Ora le vicende delle ultime settimane hanno ribadito cose forse già note ma che valeva la pena di testare ancora una volta. Sul versante dell'Unione di Centro, si è potuto constatare che il massimo di collaborazione con l'area liberale e laica concepibile per Casini, Pezzotta e Tabacci  si riduce alla richiesta di nostro appoggio a quella che loro definiscono la loro ispirazione cristiana ammantata di concreta testimonianza laica. Questo tipo di collaborazione mi è parsa oggettivamente improponibile, in termini politici e in termini di marketing elettorale. Per di più è percepibile una chiara differenza tra la linea di Pezzotta (rappresentare gli italiani che non sono con il PD né stanno con il PPDL) e quella di Casini (distaccatosi da Berlusconi perché la sua prepotenza non consente di tener uniti i moderati contro la sinistra) che diverge dall'analisi liberale.

Poi c'è il versante del Partito Socialista. Qui si è potuto constatare, in pubblico e in privato, la difficoltà dei socialisti ad accettare l'idea che esistano laici e difensori dei diritti civili che non siano socialisti o che non si facciano rappresentare dai socialisti. Tale difficoltà è talmente radicata che non è stata scalfita neppure dalla constatazione che il rifiuto di sciogliersi nel PD è ben lungi dall'assicurare al PS il quorum per avere rappresentanti in parlamento. Dunque sarebbe stato consigliabile accogliere gli inviti, quello nostro, della Federazione dei Liberali e del Forum per l'Unità dei Repubblicani, formulato in tempi ancora utili e poi quello di Critica, per attivare una mobilitazione di tutta l'area laica, liberale, repubblicana a sostegno di una lista PS che avrebbe dovuto esplicitamente proporsi come un lista ispirata non ai soliti tentativi annessionistici ma ad un innovativo e ampio discorso di collaborazione tra laici diversi, socialisti e non socialisti. Niente. Il disegno di questo PS è una Costituente Socialista chiusa a riccio, che accetta solo atti di sottomessa conversione. Per cui non può essere il motore per colmare il buco di liberalismo. Questa è la vera difficoltà, non l'offerta di candidatura a Mastella, coerente con la loro impostazione come Ti ha risposto Boselli.

Fatti questi due test obiettivi, i liberali si trovano sempre di più di fronte a sé stessi. Anche il tentativo di individuare convergenze su temi laici da parte di liste elettorali o di candidati terzi e poi lo scambiare impegni a sostenere questi temi con la nostra indicazione di voto, non sembra particolarmente fecondo al fine di colmare il buco di liberalismo. Per motivi concettuali e per ragioni pratiche. Concettualmente pare evidente che mentre la cultura liberale promuove necessariamente la laicità delle istituzioni, vale a dire la separazione tra potere e religione, possono esistere istituzioni che hanno questa separazione ma sono lontane dall'ispirarsi ad una cultura liberale. E dal punto di vista pratico, si può essere per l'abolizione del concordato, per l'autodeterminazione della maternità, per la ricerca libera, per il testamento biologico, per la pluralità dei modelli familiari, eppure non essere affatto fautori di una politica complessivamente liberale (tutti i laici sono contro il fondamentalismo delirante di Ferrara, ma non tutti i contrari a Ferrara sono liberali). Se l'obiettivo è colmare il buco di liberalismo che c'è ormai in Italia, non esistono scorciatoie al lavorare per lo sviluppo dell'autonomia politica dei liberali. Che significa dar vita ad una aggregazione politica che ponga al centro della sua azione la libertà del cittadino e che si comporti all'insegna di dire quel che fa e di fare quel che dice. Il che, oltretutto, è il criterio basilare per cominciare a combattere davvero il dilagare in Italia della cultura berlusconista ed ora del maanchismo veltroniano.

Nella prospettiva di una simile aggregazione, è essenziale cominciare a dirlo esplicitamente: il nostro obiettivo è l'autonomia politica dei liberali, democratici e riformatori, senza bisogno di soccorsi celesti o tricolori. Questa autonomia è un atto di consapevolezza sia delle nostre responsabilità per le carenze del passato sia del nostro impegno civile nel presente e nel prossimo futuro. Con una ulteriore precisazione importante. L'autonomia politica dei liberali è il contrario della separatezza dei liberali. Il preparare le liste liberali a cominciare per le europee 2009 ( ove è nostro compito scalare la montagna delle firme di presentazione, emblema del paese delle caste che per interesse pongono robuste barriere all'ingresso di nuove espressioni politiche, espropriando di questa funzione  gli elettori )  non prelude al chiudersi nel mondo liberale quasi che la questione della libertà del cittadino riguardasse solo noi. L'autonomia politica dei liberali significa prioritariamente un diverso modo di concepire le alleanze, non  fondate più sulla monocultura di ciascuno bensì sul coalizzarsi tra culture differenti  aperte alla collaborazione su temi precisi e con tempi definiti. Nel caso dei liberali, le alleanze naturali sono con le culture che, pur distinte, convergono sul mettere la libertà del cittadino al centro della politica e sul contrapporre la laicità delle istituzioni, perseguita da credenti e non credenti, ai progetti  che vogliono  intersecare potere e religione. In Italia, ciò implica che un  rapporto collaborativo tra area liberale e area socialista è imprescindibile.

Se questa deve essere la direzione dei liberali, non vanno bene posizioni del tipo il 13 aprile votiamo solo chi si fa promotore di una politica realmente laica. Il nostro obiettivo deve essere votare chi si fa promotore di una politica realmente liberale. E siccome un soggetto del genere ora non c'è, il 13 aprile credo non abbiamo altra scelta, per anticipare il nostro futuro, che andare a votare – se non lo facessimo ci confonderemmo pericolosamente con chi rifiuta la democrazia parlamentare o con chi qualunquisticamente nega qualsiasi impegno civile – ma andare a votare bianco o nullo e sottolineare così con nettezza che nessuna delle candidature, singole od associate, può rappresentare quella politica liberale che riteniamo indispensabile per catalizzare la ripresa civile ed economica dell' Italia.

I più cordiali saluti

                                                Raffaello Morelli

16 marzo 2008