La Federazione dei Liberali
aderisce al
Comitato per l'Acqua,
proprietà e controlli
pubblici, gestione libera
Su una questione molto dibattuta senza spesso partire dal problema civile effettivo, Piero Ostellino ha introdotto un argomento non trascurabile scrivendo una sorta di lettera al Corriere della Sera del 23 maggio, cui ha replicato, in dissenso il Direttore De Bortoli.
Il diritto collettivo di essere informati
e quello individuale di evitare la gogna
di PIERO OSTELLINO
Sul problema delle intercettazioni, in discussione in Parlamento, ho letto due articoli di fondo comparsi entrambi ieri sul Corriere della Sera (Fiorenza Sarzanini: «Le notizie fanno bene a tutti») e sul Riformista (Stefano Cappellini: «Difendere lo Stato di diritto è la prima legalità»). Scrive Sarzanini: «... con queste norme si vieta ai giornalisti di informare, ma soprattutto si impedisce ai cittadini di essere informati. E si lede il diritto fondamentale degli indagati di difendersi anche davanti all' opinione pubblica». Scrive Cappellini: «Quanti temono che il provvedimento in discussione sia incostituzionale dovrebbero tenere presente che, nelle tappe di cui si compone un' indagine, non è l' articolo 21 della Costituzione (libertà di stampa) il primo a essere chiamato in causa, bensì il 15, sul diritto alla segretezza della corrispondenza. Porsi solo il tema del rispetto dell' uno, e non dell' altro, non è un bel modo di impostare una battaglia di legalità».
Dico subito - con la massima considerazione per la collega, ma anche nel rispetto della tradizione del giornale sul quale entrambi scriviamo - che mi è piaciuto più quello di Cappellini. Negare che le intercettazioni siano utili alle indagini giudiziarie sarebbe un nonsenso. Che le notizie facciano «bene» alla democrazia è un fatto incontrovertibile. Ma qui, in discussione, non è l' utilità delle intercettazioni, ma la loro diffusione. E ci sono notizie e notizie, che fanno tutta la differenza fra un' accusa - formulata da una Procura che, poi, magari «la soffia» ai giornali - e una sentenza emessa da un Tribunale dopo un pubblico dibattimento. Ammesso, e non concesso, siano in conflitto due diritti - quello collettivo, a informare e a essere informati, e quello individuale, a non essere esposti a una sorta di gogna medievale; il che, peraltro, configurerebbe una palese contraddizione in quanto tutti e due sono parte integrante dello Stato di diritto - chi è liberale dovrebbe propendere per il secondo. È la tutela della Persona, anche dell' inquisito, nella presunzione della sua innocenza fino a prova contraria appurata in un dibattimento processuale. Si chiama Habeas corpus e fu approvato dal Parlamento inglese nella seconda metà del Seicento, prima della «gloriosa rivoluzione» del 1688, contro gli abusi del sovrano (e dei suoi inquisitori).
Voglio sperare, a questo punto, che nessuno mi accusi di voler difendere i criminali o il provvedimento governativo, che per parte sua è tutt' altro che limpido. Lo dico senza mezzi termini, se così non fosse e se, per il solo fatto di aver difeso un elementare principio liberale - lo Stato di diritto nasce a difesa dell' Individuo, anche e soprattutto contro il dispotismo statuale - mi fossero rivolte tali accuse vorrebbe dire che il nostro non è più un Paese civile. Ciò che mi ha particolarmente colpito dell' articolo di Fiorenza Sarzanini è, dunque, la seconda parte della frase che ho citato all' inizio: «E si lede il diritto fondamentale degli indagati a difendersi anche davanti all' opinione pubblica». Credo di capire le (buone) intenzioni della collega - che è competente e so in buonafede - ma l' affermazione si presta a più di una (seria) obiezione. Innanzi tutto, pochi hanno i mezzi - «tecnici», accesso a giornali e Tv, e «finanziari», avvocati che si fanno sentire dai media - di difendersi davanti all' opinione pubblica; non ce la fa neppure il presidente del Consiglio, che pure è a capo di un impero mediatico, e al quale non mancano certo soldi e avvocati. In secondo luogo - e si tratta dell' obiezione più forte - «difendersi davanti all' opinione pubblica» vuol dire «difendersi in Piazza» e, spesso, davanti a una «Piazza» già prevenuta dalla conoscenza di accuse ancora tutte da provare in sede processuale. In altre parole, significa, che piaccia o no, andare incontro al linciaggio - da parte di un' opinione pubblica male informata anche se indignata dai troppi scandali - prima ancora del processo e, magari, di una successiva sentenza assolutoria, e persino di colpevolezza. I processi, in un Stato di diritto, si fanno in Tribunale, non sui giornali, alcuni dei quali inclini, per ragioni editoriali o politiche, a fare strame della civiltà del diritto.
Non sono un giurista, non pretendo di sostituirmi al legislatore e non saprei proporre emendamenti al provvedimento governativo. Mi limito a denunciare un pericolo e a sollevare una questione di principio. Sono un giornalista che ha imparato, fin dal primo giorno che ha messo piede qui, in via Solferino, che il Corriere della Sera non è mai incline, neppure di fronte all' assedio editoriale di altri giornali assai meno liberali, a venir meno alla sua tradizione liberale. Anche centomila copie in più non la varrebbero. Perciò, cari colleghi, consentitemi, da collega «anziano» a colleghi più giovani, di dirvi: «Attenzione alle differenze fra notizia e notizia, e anche al linguaggio che usate, perché "le parole sono pietre"».
Il commento del Direttore Ferruccio De Bortoli
Caro Piero,
ancora una volta non siamo d' accordo. Fiorenza Sarzanini, e prima di lei Luigi Ferrarella, hanno spiegato una cosa assai semplice. Impedire che si dia notizia di un' inchiesta fino all' udienza preliminare o al rinvio a giudizio, lede in profondità il diritto di cronaca, senza il quale non vi è un' opinione pubblica avvertita e consapevole, in grado di esercitare quel controllo democratico sul comportamento di eletti e amministratori che è alla base del funzionamento di uno Stato liberale. Un cittadino non informato è meno libero. Quanto alle intercettazioni, strumento essenziale nella lotta alla criminalità, sono d' accordo con te che vi sono stati abusi ed eccessi. Sono state coinvolte persone estranee ai reati che la magistratura voleva perseguire. Il Corriere, nell' esercitare un rigoroso diritto di cronaca, ha sempre cercato di rispettare il diritto alla privacy quando veniva legittimamente invocato: fa parte delle regole del mestiere e della storia del giornale. Io credo nell' autodisciplina dei giornalisti, il lettore giudica chi si comporta meglio. Una legge come quella in discussione al Senato ha ben poco di liberale e assomiglia molto alle pratiche di quegli Stati totalitari da te splendidamente descritti nelle corrispondenze dall' Unione sovietica e dalla Cina, in anni in cui noi semplici cronisti frequentavamo con maggiore umiltà i marciapiedi di questa penisola.