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Si pubblicano di seguito tre pezzi apparsi su La Stampa a proposito del centro politico. Il primo del prof. Luca Ricolfi è stato pubblicato sabato 24 aprile, il secondo dell'on. Ferdinando Adornato, lunedì 26 aprile e il terzo di Raffaello Morelli, venerdì 30 aprile. Nell'insieme se ne può ricavare un quadro esauriente dei termini della questione .
L'equivoco del centro
di LUCA RICOLFI
Dopo le scene di guerra totale offerte da Fini e Berlusconi il quadro politico è di nuovo in movimento. Il premier dovrà trovare un modo per neutralizzare i finiani, che sono pochi ma sufficienti per gettare sabbia negli ingranaggi parlamentari. Il Partito democratico dovrà darsi una linea, decidendo se e quanto puntare sul «compagno Fini». E’ facile prevedere, infine, che si moltiplicheranno i tentativi di costituzione di un terzo polo, ovvero di un centro capace di interporsi fra la destra e la sinistra. Queste manovre, per la verità, sono già iniziate da tempo. I liberali di Zanone sono confluiti nella neonata Alleanza per l’Italia (Api) di Rutelli e Tabacci, che a sua volta dialoga con l’Udc di Casini, che a sua volta dialoga con Fini e i finiani, che a loro volta pare abbiano un asse con le forze che contano in Sicilia (l’Mpa di Lombardo, il Pdl-Sicilia di Miccichè).
Diverse fondazioni, da FareFuturo (Fini) a Italia futura (Montezemolo), sono anch’esse in movimento con documenti, convegni, dibattiti, articoli, interviste, prese di posizione. E giusto qualche giorno prima del duello finale tra Fini e Berlusconi, dai sondaggisti sono venute le prime valutazioni: se Fini (ri)facesse An prenderebbe il 7%, se si alleasse con Casini e Rutelli arriverebbe al 13%, se poi anche Montezemolo fosse della partita tutti insieme potrebbero puntare al 16%. In breve: il bacino elettorale del centro sarebbe quasi il triplo di quello dell’Udc, e un eventuale partito dei moderati potrebbe diventare il terzo partito, e forse persino contendere al Pd il ruolo di secondo partito. Una prospettiva come questa, per quanto oggi possa apparire fantapolitica, è tutt’altro che inverosimile, e avrebbe persino una sua logica. Se nel Pd dovesse prevalere la linea dell’emergenza democratica, secondo cui il supremo interesse dell’Italia è liberarsi da Berlusconi, non possiamo escludere lo «scenario Cln», del resto già evocato nei mesi scorsi: un Comitato di Liberazione Nazionale, questa volta non sotto forma di alleanza Pci-Dc, partiti estinti, bensì come patto fra i loro esausti eredi, il Pd di Bersani e un neonato o redivivo partito di centro, uniti dal comune interesse a cacciare l’occupante (nella visione emergenziale Berlusconi è come una potenza straniera, che ha occupato le istituzioni).
Il cemento di tale alleanza, oltre alla deposizione del tiranno, non potrebbe che essere la difesa delle istituzioni democratiche, a partire dall’autonomia della Magistratura, nonché una prudente rivalutazione della prima Repubblica, specie in materia di legge elettorale (ritorno al proporzionale, voto di preferenza). Per quanto tutt’altro che privo di un suo senso politico, e anche di una sua nobiltà di intenti - primo fra tutti quello di riportare un po’ di civiltà nel confronto politico - lo scenario Cln ha almeno due punti deboli. Il primo è che non è affatto detto che Berlusconi ne uscirebbe sconfitto, specie se si votasse già quest’anno. Il problema del Cln, infatti, è che non può pensare di vincere senza allargarsi a Di Pietro e all’estrema sinistra, ma più si allarga più evoca nell’elettorato lo spettro dell’armata Brancaleone, ossia del disastroso biennio dell’ultimo governo Prodi.
Non solo, ma in caso di voto anticipato le opposizioni non avrebbero buon gioco ad accusare Berlusconi di non aver fatto nulla, perché due anni sono troppo pochi per giudicare un governo, tanto più se fin dall’inizio ha dovuto navigare nelle acque procellose della peggiore crisi economica mondiale dal 1929. Il secondo punto debole dello scenario Cln si potrebbe definire l’equivoco del centro. L’idea di coalizzare la sinistra e il centro contro la destra sembra trascurare il fatto che, sotto il profilo dell’insediamento territoriale, e quindi inevitabilmente anche del programma, il centro di cui si sta parlando è soprattutto una manifestazione del «partito del Sud», per non dire del partito della spesa. Non a caso il nucleo politico duro del discorso di Fini è stato il nodo del Mezzogiorno, ovvero il timore che il federalismo prosciughi il fiume di risorse che alimentano la spesa pubblica nelle regioni meridionali, le stesse da cui Alleanza nazionale ha sempre ricavato il grosso dei propri consensi.
Non a caso i più preoccupati del conflitto fra Fini e Berlusconi sono i politici della Lega. E ancor meno a caso i consensi dell’Udc e dell’Api, come quelli di An, sono concentrati nel Sud: l’Udc è anche il partito di Totò Cuffaro, ex governatore della Sicilia condannato in appello a sette anni di reclusione (per favoreggiamento aggravato per aver agevolato Cosa Nostra); quanto al partito di Rutelli, non ha presentato liste in nessuna regione del Nord, e ha ottenuto consensi significativi solo in Basilicata e Campania. Visto da questa angolatura il progetto di una «terza forza centrista», nato per contrastare, mitigare o neutralizzare il federalismo, cozza con un altro segmento fondamentale del centro, inteso come l’insieme degli elettori che stentano a riconoscersi sia in questa destra sia in questa sinistra. Questo secondo segmento del centro è costituito da quanti rimproverano sia al Pd sia al Pdl di avere sostanzialmente tradito la promessa di una rivoluzione liberale, che trovi finalmente il coraggio di fare le riforme economico-sociali di cui l’Italia ha bisogno: meno burocrazia, meno tasse, meno sprechi, migliori servizi pubblici.
I sondaggi suggeriscono che questo secondo tipo di centro, di ispirazione liberista e liberale, sia maggiormente insediato nel Nord, e che guardi con simpatia il federalismo, visto (forse troppo ottimisticamente) come uno strumento per contenere il partito della spesa e far ripartire la crescita. Per questo tipo di elettorato, una parte del quale oggi vota ancora Pd, le riforme economico-sociali sono più importanti di quelle istituzionali, e il dialogo con la Lega di Bossi appare più utile di quello con il nascente partito di Fini. Insomma, il punto è che ci sono due centri. Il centro moderato, per cui la priorità è sconfiggere l’estremismo politico, incarnato innanzitutto da Bossi e Berlusconi, ma anche dal populismo di sinistra, da Di Pietro a Beppe Grillo. E il centro radicale, per cui la priorità è sconfiggere il moderatismo del non-fare in campo economico-sociale, scuotere dalla sua inerzia un ceto politico che da vent’anni promette di modernizzare il Paese senza riuscirci. L’incubo del centro moderato è che il federalismo si faccia, e che possa punire il Sud: non per nulla un anno fa l’Udc di Casini votò contro la legge Calderoli, per quanto ampiamente annacquata rispetto al testo originario.
L’incubo del centro radicale, al contrario, è che il federalismo non si faccia, o si faccia male, vanificando le speranze del Nord di essere liberato dal giogo della spesa improduttiva. I due centri sono incompatibili, perché hanno priorità opposte e insediamenti territoriali speculari. Possiamo preferire l’uno o l’altro, ma sarebbe già un grande passo avanti se smettessimo di confonderli.
Un solo Centro scommessa vincente
di FERDINANDO ADORNATO
Caro direttore,
Il Centro può essere il luogo dal quale finalmente accendere la miccia della modernizzazione italiana? Da qualche tempo gli osservatori più acuti cominciano a porre domande, anche spinose, all'unico partito non ammucchiato nei due schieramenti. E siccome il cattivo bipolarismo italiano è in pieno «effetto serra» (i due ghiacciai pseudo-perenni, Pdl e Pd, cominciano a sciogliersi) crescono le incognite sul futuro politico del Paese. Di qui l'attualità per la «questione del Centro». E' sempre doveroso rispondere. Ma lo è ancor di più quando l'interlocutore, è il caso di Luca Ricolfi ("L'equivoco del Centro", La Stampa sabato 24 aprile), è una costante fonte di riflessioni.
Sostiene Ricolfi che «i centri» sono due (e già siamo oltre la pigrizia mentale di chi non ne riconosce neanche uno!). Il primo, moderato: partito del Sud e della spesa, nemico del federalismo, la cui priorità è sconfiggere gli opposti estremismi (Berlusconi-Bossi, Di Pietro-Grillo). Il secondo, radicale: che rimprovera Pdl e Pd di aver tradito la rivoluzione liberale, la cui priorità è sconfiggere il moderatismo del non-fare e approdare a un buon federalismo. A Ricolfi il primo (al quale iscrive anche l'Udc) non piace, il secondo sì. Io invece mi riconosco in tutti e due e nello stesso tempo sono d'accordo con Ricolfi: come è possibile?
Forse basta rimuovere qualche pregiudizio. Che il Centro sia il partito della spesa è un legittimo pregiudizio e nasce dalla memoria della Prima Repubblica. Ma oggi stiamo in un altro film. Tre tesi a suffragio. 1) I partiti dello spreco sono oggi quelli che, da destra o da sinistra, hanno retto tutti i governi della Seconda Repubblica. Infatti la spesa pubblica è continuata ad aumentare (in assenza di grandi riforme). 2) Ulteriore prova ne sia che i principali alfieri del «partito del Sud» sono Lombardo e Miccichè. Il primo, discusso governatore della Sicilia, si è presentato alle elezioni con la Lega Nord (!). Il secondo, in nome del «sicilianismo» ha addirittura spaccato Pdl e Pd. 3) Riforma delle pensioni, liberalizzazione delle municipalizzate, abolizione delle province, riduzione delle tasse e quoziente familiare: se Ricolfi avrà la bontà di ripercorrere i due anni di questa legislatura scoprirà che il Centro moderato è stato anche il più radicale lungo la triade meno tasse-meno burocrazia-modernizzazione. Anche la nostra critica al federalismo nasce proprio da quello che Ricolfi chiama «l'incubo che si faccia male» e cioè che si finisca per creare una moltiplicazione per venti dei centri di spesa. E allora davvero il futuro dell'Italia non sarebbe più l'Europa.
Infine: siamo proprio sicuri che gli opposti estremismi, questa permanente simulazione di «guerra civile» nella quale è stata costretta l'Italia della seconda repubblica non abbia niente a che fare con la mancata rivoluzione liberale? Noi crediamo di sì. Crediamo che le riforme pretendano costruzione del consenso e non eccitazione dello scontro. Invece l'Italia di oggi è piena di rivoluzionari senza rivoluzione, di capipopolo senza concretezza. Ecco perché, chiariti i pregiudizi, pensiamo che centro moderato e centro radicale debbano convergere anche per assumere la forza politica che oggi non hanno. Del resto la storia insegna che le rivoluzioni dei rivoluzionari finiscono sempre male, mentre quelle dei moderati, da Cavour a De Gasperi, da Reagan a Tony Blair cambiano sempre in profondità le loro nazioni.
Osservazioni liberali sul Centro
di RAFFAELLO MORELLI
Alcune osservazioni liberali a proposito del dibattito tra Luca Ricolfi («L’equivoco del centro», sabato 24) e Ferdinando Adornato («Un solo centro scommessa vincente», lunedì 26). L’equivoco del centro consiste nel volersi chiamare così e nel perché. Si vuole chiamare centro perché il nome significa equidistanza rispetto agli estremi, come 55-60 anni fa significava essere contro il Pci e il Msi. Ma né Popolo della Libertà né Partito Democratico sono partiti estremi. Poi, e ancor più importante, siccome il difetto del Pdl e del Pd è quello di anteporre lo schierarsi simbolico ai programmi e ai comportamenti di governo, per essere davvero loro avversari occorre prima aver un disegno politico alternativo. Non a caso questo non sta avvenendo. Non si pensa a un’alternativa di cultura, bensì a un’alternativa di potere. Chi, Udc e Api, è accomunato oggi nell’avanzare la proposta di un solo centro, è unito soprattutto nel rifuggire l’idea di adottare la cultura liberale e di chiamarsi liberale. Un progetto alternativo vero può invece sorgere solo dall’assumere senza vergogne una cultura che dica come dare spazio al cittadino, cioè una cultura del proporre e non una cultura dell’esser contro e basta. Una cultura liberale.
I liberali sono sempre all’opposizione di Berlusconi non perché Berlusconi esiste ma perché esprime idee antiliberali e, se riesce, le attua. I liberali hanno da oltre cinque anni detto perché era un grave errore il Pd: non perché fosse cattocomunista, ma perché non aveva né anima né progetto. I liberali sostengono la laicità delle istituzioni non perché sono contro la religione o le organizzazioni religiose ma perché sostengono che l’identità di un popolo è plurale e che lo Stato deve essere separato dalle religioni per non fare della fede una fonte legislativa. I liberali sono storicamente a favore delle autonomie locali e quindi del federalismo, ma siccome l’Italia è nata centralista, affermano che sono indispensabili i dettagli dei meccanismi per il federalismo fiscale, cosa che la Lega finora non ha fatto.
Le proposte liberali sono perciò liberali e vanno ben oltre il moderatismo o il radicalesimo, che appartengono ad altre epoche politiche. Per questo, né in Germania, con l’attuale vice cancelliere Westerwelle, né in Inghilterra, con l’emergente Clegg, c’è chi etichetta i liberali come al centro.