Occorrono giudizi politici sul come si governa

Riportiamo alcune interessanti considerazioni che su Gli Altri ha scritto Daniela Greco; l'occasione sono le vicende delle dimissioni del Governatore Marrazzo ma le riflessioni affrontano la questione, assai importante per la libera convivenza,  di dare giudizi politici sul come si governa piuttosto che sulle scelte private di chi governa. Ci pare che sia un articolo rilevante che mostra come inizi ad esserci consapevolezza di questa necessità anche negli ambienti della sinistra, da troppi anni sempre più abbacinati da una concezione moralistica nella gestione della cosa pubblica.

 

 
Bersani, un passo falso su Marrazzo
 
Per cambiare davvero modo di fare politica si dovrebbe parlare di contenuti non di “morale”
 
di  DANIELA GRECO

    Bersani dica qualcosa di sinistra, gli chiede Fabio Fazio a Che tempo che fa e lui ci prova. Se ci mettiamo dalla parte degli emarginati e dei più deboli possia­mo fare una società migliore per tutti, risponde, ma più che qualcosa di sinistra, gli viene fuori una frase buonista, da Garrone del libro Cuore. Peccato che appena un minuto prima, parlando de "l'affaire Marrazzo", Bersani non si fosse af­fatto schierato dalla parte degli emarginati, anzi avesse prodotto lui stesso "emarginazione". Bene ha fatto Marrazzo a dimettersi, aveva infatti sot­tolineato il neoeletto segretario del partito De­mocratico, era un atto doveroso perché, a suo dire, se ricopri cariche pubbliche non devi ri­spondere solo alla tua morale, ma alla morale di tutti.
    E questo, detto in altri termini, significa: devi adeguarti alla dilagante morale bacchettona che giudica riprovevole non già una spartizione clientelare del potere o una condanna per corruzione in atti giudiziari ma piuttosto con chi vai a letto.
     E questo "adeguamento alla morale di tutti" agi­sce su due piani: il primo è politico, il secondo è emotivo.
Marrazzo si è (inspiegabilmente) dimesso dalla carica di governatore della Regione Lazio. Perché lo ha fatto? Di solito, chi sceglie di rasse­gnare le sue dimissioni lo fa perché pensa di es­sere diventato, per una qualche ragione, incom­patibile con la carica che ricopre e, quindi, di non essere in grado di svolgere le funzioni ad es­sa connesse.
    Marrazzo si è sentito inadeguato, di colpo, a svolgere il ruolo di presidente della Regione La­zio e si è sentito inadeguato non già per il modo in cui ha amministrato la Regione, non per quello che ha fatto dentro al "pa­lazzo", ma per quello che ha fatto fuori.
    Si è dimesso perché di notte è andato a letto con chi ha risvegliato il suo desiderio, il desiderio del suo corpo (e magari, possiamo immaginare che il giorno do­po sia andato in Regione così rilassato cha varare la migliore legge regionale degli ultimi tempi!). Di giorno può essere stato o meno un bravo go­vernatore ma di questo non frega niente a nes­suno, quello che conta è che Marrazzo sia anda­to a letto con una trans.
    Un colpo di spugna è passato, invece, su quello che ha fatto come governatore della Regione: nessuno si premurerà di dare un giudizio politi­co sul come abbia governato e in questo annien­tamento del giudizio politico tutti ci sguazzano, chi più, chi meno.
     Molto meglio scivolare sul piano della riprova­zione morale, che il ruolo di censore benpen­sante può essere svolto da chiunque e in tutte le stagioni, mentre una comunicazione su un pia­no politico è spesso difficile da sostenere.
     Inoltre, il declivio moralistico ha un indubbio vantaggio: può essere compreso, su un piano emotivo, da tutti e da tutte.
     Ecco come la sinistra è finalmente riuscita a par­lare con la gente: non lo ha fatto parlando dei problemi reali di una vita precaria, lo ha fatto ri­muovendo qualunque contatto con la realtà e spostando il piano della comunicazione al livello di solito abitato non già da Il capitale di Marx ma piuttosto da Novella Duemila.
     Ecco quello che di sinistra ha detto Bersani, ecco in che modo il nuovo segretario del Partito De­mocratico ha scelto di parlare al famoso "popo­lo", entità convulsa e varie­gata ma tenuta insieme or­mai non più da ideali quan­to da paure. E così, facen­do largo uso di paure mi­schiate a frustrazioni, si esprime un giudizio su Marrazzo, sulle sue scelte personali, ci si sente auto rizzati a spiare dal buco della sua serratura, vio­lando quello che dovrebbe essere, sempre e co­munque, uno spazio inviolabile.
     Si spia e poi si formula un giudizio così pesante che Marrazzo è portato a dimettersi, nel plauso del suo partito, che sacrifica la sua testa cercan­do così di farne cadere una molto più in alto.
    Ma quello che viene formulato non è un giudi­zio di valore (Marrazzo ha governato bene o ha governato male), ma è piuttosto una censura moralistica, che serve a mantenere un confine ben delimitato tra ciò che è "normale" e non so­lo non ci spaventa ma anche ci appartiene e ciò che non lo è. E tutto quello che non ci appartie­ne deve starci lontano, per non intaccare l'im­magine sociale che abbiamo scelto di avere. Tutto quello che non ci appartiene spesso ha un nome solo: si chiama libertà e non ci appartiene semplicemente perché ci abbiamo rinunciato molto tempo fa.
     Lo abbiamo fatto il giorno stesso in cui abbiamo deciso che turarci il naso era l'unico modo per andare avanti, che non avevamo alternative se non piegarci all'ineluttabilità di alcune cose e così, pian piano, abbiamo messo da parte i no­stri sogni, i nostri desideri e le nostre aspirazioni e abbiamo iniziato a pensare all'affitto, al posto fisso, alle vacanze estive, il resto lo hanno fatto i sabati in pizzeria e le domeniche in famiglia a coprire, a frenare, a circoscrivere quello spazio in cui prima si agitavano desideri di liberi corpi in libere menti.
     Sai che rabbia che ci fa Marrazzo che ha così tanto potere e si permette anche il lusso di spre­carlo, sai che invidia che ci fa Marrazzo che ha persino il tempo di correre dietro ai suoi deside­ri, che noi, tra mutuo e bollette del gas, di desi­deri ormai quasi non ne abbiamo più, sono un lusso anche quelli e noi i lussi non possiamo permetterceli. Non più.
      Quest'uomo che ha mantenuto un, seppur esile, legame con qualcosa chiamata libertà va giusti­ziato. Vederlo in mutande, come ce lo ha mostrato in maniera indegna Annozero, a dispetto di tutte le norme sulla privacy, ci restituisce una immagine di miseria e di squallore.
      E miseria e squallore altrui ci servono per poter vivere il nostro misero quotidiano, in cui non c'è nessuna trans, e forse nemmeno nessuna donna e nessun uomo, a scaldarci un po' il cuore, a ri­svegliare i nostri desideri, ormai schiacciati sotto il peso di una alienazione che si fa ogni giorno sempre più grande.
     Guardiamo e giudichiamo i politici in mutande e, allo stesso tempo, rimuoviamo qualsiasi forma di giudizio sui politici in doppiopetto, che sono molto più pericolosi di quelli in mutande.
     Andare a letto con una trans non modifica la mia vita, ma avere una legge regionale che parli, ad esempio, di tagli alle cliniche private e di maggiori investimenti nelle strutture pubbliche invece sì.
     Ma la sinistra (oops, pardon il centro-sinistra), troppo stanca per cambiare il mondo, ha deciso di rimuovere il piano della realtà (da cui esce perdente) e di giocare la sua partita sul piano emotivo.
    «Dai diamanti non nasce niente, dal letame na­scono fiori» cantava De Andrè, ma, in questo caso, purtroppo dal letame non nascerà niente.
 
 da Gli Altri  , 3 novembre 2009