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Il fondo del direttore Gianni Riotta sul Sole 24 Ore di domenica 6 settembre delinea un panorama significativo sul modo distorto con cui ormai si stanno facendo le campagne di stampa; senza preoccuparsi delle conseguenze che ne derivano nei rapporti nella politica, verso la politica e tra i vari gruppi di cittadini.
La caccia al lupo, la caccia all'uomo e la fine delle idee |
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In una delle tante assemblee popolari che stanno discutendo negli Stati Uniti la controversa riforma sanitaria del presidente Obama, una casalinga si alza e sfida l'oratore, il deputato Barney Frank: «Vi rendete conto che si tratta di una legge nazista?». Stavolta Frank perde la pazienza e reagisce «Scusi signora, ma lei in che pianeta vive?». Passano pochi giorni e un politico locale dell'Idaho, l'ex allevatore di alci Rex Rammell, in disperata rincorsa per la nomination repubblicana come governatore, diventa famoso perché, rivendicando licenze di caccia ai lupi grigi, da poco ritornati su quelle montagne, si sente incitare da un elettore «Licenze di caccia a Obama vogliamo!» e anziché rimproverarlo, o almeno far finta di nulla, rilancia «Magari potessimo averne di quelle licenze di caccia» al presidente.
Due episodi minori, piccole storie del rancore crescente nelle nostre società che internet rilancia e rende paradigma. Non si tratta, naturalmente, solo di una parte politica. Contro Bush e Cheney c'è ancora chi chiede un tribunale alla Norimberga, per giudicare «i criminali di guerra», il New York Times si accontenterebbe di una commissione di inchiesta, e i blog radicali accusano la Casa Bianca repubblicana di avere minato le Torri Gemelle. La televisione, ingiustamente accusata di avere introdotto la «videocrazia», è un mezzo ancora legato alla società democratica del consenso di massa, che nostalgia! Con tutti i suoi difetti di superficialità e materialismo ha portato nelle case dei cittadini Usa Kennedy contro Nixon. Da noi, Tribuna Politica, pur nel cuore della Guerra Fredda, vedeva gli avversari ragionare pur da posizioni opposte in modo radicale. Oggi il caleidoscopio che deforma 24 ore su 24 i tg, i rilanci su YouTube e i blog, i telefonini e i Blackberry, Google, è guardato dalla maggioranza con scetticismo, mentre i fanatici trovano in ogni tessera la prova che il «nemico» è iniquo, e va dunque sterminato, magari con la licenza di caccia alla Idaho. Cancellare la dignità dell'avversario, sporcarne le idee e le motivazioni, irriderlo, minacciarlo, è la propaganda del primo XXI secolo. Nella Russia di Putin l'operazione è condotta in via letterale, le minacce sono fisiche, la galera ha sbarre metalliche e per i più sfortunati ci sono pallottole. Nel mondo occidentale la rissa è mediatica, ma i suoi effetti agri. Il lettore ha visto tante di queste forze in azione nei giorni passati, intorno al caso Giornale-Avvenire. Ma il modello, come dimostrano gli esempi americani, è diffuso. Da noi preoccupa, come ha scritto Stefano Folli, la particolare sproporzione di forze di un premier che ha accesso a tv e giornali, e riportare il dibattito alla razionalità risulterà aspro, per la diffidenza degli oppositori e i megawatt del governo. Non sarà una battaglia facile, in Italia e ovunque. Le lobby della rabbia hanno imparato a usare i nuovi media con maggiore efficacia dell'informazione classica. L'urlo attrae l'attenzione meglio della voce pacata, l'insulto fa più audience della domanda, la calunnia raschia più a fondo della critica. Eppure è un impegno cruciale per la nostra comunità. Se il dialogo sarà sopraffatto, e al conformismo dominante si contrapporrà solo un'infantile e petulante caricatura, «noi buoni loro cattivi», ogni tentativo di riforma verrà frustrato. Il Re, nudo o vestito che sia, continuerà a governare senza problemi, lo scugnizzo dell'opposizione venderà libri a iosa e affollerà blog, teatri e talk show, «Re Nudo!», ma senza fortuna politica. A noi cittadini toccherà vivere in un mondo senza innovazione. Perché ha ragione il professor De Rita quando ammonisce che le riforme non sono taumaturgiche. Neppure le medicine lo sono, caro Professore, ma senza medicine, come senza riforme, non è che non ci ammaliamo e diventiamo immortali, ci ammaliamo di più e moriamo prima. Nulla c'è al mondo di taumaturgico in verità, ma tantissimo che potrebbe migliorare la nostra vita concreta. Solo che né i governi intenti al massacro di propaganda, né le opposizioni accecate dall'ossessione, hanno più forza e coraggio per avviare cambiamenti condivisi che ci portino fuori dallo stagno. Nella speranza che presto, più presto di quanto si possa temere, non arrivi per la nostra società e la nostra economia un brusco Game Over. Gianni Riotta Il Sole 24ore , 6 settembre 2009 |