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Questo articolo del prof.Michele Ainis dell'Università di Roma 3 , esamina con acume e una precisione di termini e di riferimenti da non trascurare, la questione del frequente ricorso da parte di politici allo strumento della querela. Ci pare si tratti di aspetti di cui tener debito conto. Non tanto per rispolverare l'antico principio che la battaglia politica non si fa nelle aule di tribunale, un principio che, purtroppo, è reso obsoleto dall'abitudine ormai invalsa da un trentennio di sostituire la politica dei progetti e dei programmi con la cosiddetta questione morale e con la via giudiziaria dei Pubblici Ministeri . E' importante tener conto di quello che scrive il prof. Ainis su La Stampa, per riflettere sul fatto che anche la tentata scorciatoia politica di ridursi a continui attacchi personali agli avversari prescindendo dai problemi della convivenza, non porta a risultati politici. Foss'altro perché anche l'avversario può scegliere la medesima strada. Il che provoca l'effetto paradossale segnalato nell'articolo. E rende chiaro che chi di personalizzazione può ferire, di personalizzazione può anche perire. Insomma , sarebbe ormai giunto il momento di abbandonare la via giudiziaria alla poltica, tornando alla via maestra del confronto tra i progetti alternativi dei diversi filoni culturali.
SE SI ROVESCIA LA GRAMMATICA DELLA POLITICA di Michele AINIS Passi quando i politici si querelano a vicenda. Negli ultimi tempi è successo per esempio tra Vendola e Gasparri, così come succede a giorni alterni tra Di Pietro e Berlusconi, ora perché il primo accusa il secondo di riempirsi le tasche attraverso gli accordi commerciali con la Libia, ora perché il secondo accusa il primo d’aver scroccato la laurea grazie all’aiuto dei servizi segreti. Ma quando il politico di turno cita in giudizio un organo di stampa, allora no: qui s’apre un fronte di tutt’altro genere. È il fronte su cui si è acquartierato il presidente del Consiglio, sparando le sue cartucce giudiziarie contro Repubblica, El País, Nouvel Observateur, infine l’Unità. Sia detto per chiarezza: Berlusconi non è il primo, e di questi tempi non è neppure il solo. Nel marzo 2008 un altro presidente del Consiglio - Romano Prodi - querelò Il Giornale per diffamazione. Nell’ottobre 1999 Massimo D’Alema - anche lui in quell’epoca al timone del governo - chiese 3 miliardi di lire a Forattini per una vignetta troppo aspra. Marco Travaglio ha incassato querele dal medesimo D’Alema, oltre che da Schifani e vari altri. Ma la querela viaggia ormai sulle rotte periferiche, oltre che su quelle nazionali. Esposti alla critica, ma pure all’invettiva Un effetto paradossale La Stampa 3 settembre 2009 |