Due ricette per evitare il collasso

Un articolo del prof.FRANCO BRUNI sulla difficile situazione italiana.

Attorno a Capodanno la discussione sul «declino» dell’Italia ha assunto toni accesi. È stata rinfocolata dalla stampa estera. Si è nutrita anche con polemiche sul confronto dei redditi pro capite italiano e spagnolo. È forse destinata a continuare. Da un lato c’è chi sottolinea le pochezze della crescita e della competitività, i nodi e gli interessi che ostacolano sviluppo e cambiamento, e ne approfitta per prendersela col governo in carica. Sono voci ancor più aspre se non appartengono a partigiani dell’opposizione. Dall’altro c’è chi ricorda che il piangersi addosso è un vizio degli italiani e, additando alcuni aspetti positivi della situazione, invita all’ottimismo e ne approfitta per espressioni di sostegno al governo. Perché sia utile proseguire il dibattito sull’adeguatezza del ritmo di sviluppo economico e civile dell’Italia, in assoluto e relativamente ad altri Paesi, occorre evitare due errori.  Il primo consiste nel confondere il «declino» con l’aumento della probabilità di «collasso» del Paese. Se ci si limita a misurare la pendenza della discesa, così come appare mese dopo mese, non si coglie l’aspetto più serio del problema. Anche perché ci saranno sempre mesi in cui alcuni indicatori sembrano positivi. E chi vuol essere ottimista troverà esempi incoraggianti: certi buoni esportatori, imprese ristrutturate, alcuni arresti di mafiosi, minore evasione fiscale, qualche reparto eccellente di ospedali o università.  Non si comprenderanno bene né l’urgenza della necessaria correzione né gli strumenti che essa richiede. Non è un declino, più o meno rapido e uniforme, ma l’accrescersi della probabilità di vero e proprio «collasso», in un futuro difficile da precisare. Il collasso di un sistema di convivenza politica e civile da decenni gravato di problemi di fondo e ora sotto pressione perché tutto nel mondo cambia più svelto e profondamente. Il collasso è una discontinuità, non si vede finché succede. A prefigurarlo non bastano controversi indicatori di declino.  Tragedie come la spazzatura di Napoli o gli incendi dei boschi d’estate suggeriscono solo certi modi con cui il collasso potrebbe manifestarsi. La sua gravità non si coglie misurando il progressivo peggioramento del malato. Così come l’aumento dei camion sulle autostrade può misurare il declino della qualità della nostra mobilità, ma di per sé non descrive la congestione che a un certo punto ci fermerà del tutto. Modelli di collasso si possono intravedere anche nel sistema scolastico e universitario (il deterioramento dei discenti che si moltiplica esponenzialmente trasformandosi in quello dei docenti), in alcuni ospedali (luoghi di cura che divengono luoghi di pericolo), nelle carceri, nel blocco arrecato dal disordine delle autonomie locali all’amministrazione dell’insieme del Paese. Il denominatore comune è l’inadeguatezza dei servizi pubblici e della regolazione delle attività private: cioè del cuore dell’organizzazione politica e civile. Un cuore che non batte abbastanza bene per non rischiare il collasso in un mondo sempre più complesso e difficile.  Il secondo errore da evitare è mescolare male la discussione di questi problemi con quella dell’operato del governo. Né basta inglobare pariteticamente nella critica il governo precedente. Sono problemi di base del Paese, con radici profonde e lontane, anche nella mentalità dei cittadini-elettori. Non si tratta di invertire il declino con un’alternanza di leadership politica. Ma di evitare il collasso con un salto di qualità che faccia convergere, per un tempo abbastanza lungo, un ampio spettro di forze politiche, nonché l’attenzione responsabile dei cittadini, su un progetto non partigiano, dove il costo del sacrificio degli interessi particolari è sopportato perché si guarda con più realismo e concordia al pericolo che corre l’interesse generale. Quanto a Prodi, speriamo sappia riconoscere che nel Paese è aperta una gara, cui lo stesso governo può partecipare, a chi è in grado di mobilitare forze più numerose e concordi per evitare quel collasso del cui pericolo è anch’egli consapevole.

La Stampa 6 gennaio 2008