Un corso scolastico di religione che discrimina

Il Corriere della Sera di venerdì 14 ha pubblicato un articolo del Presidente dell'Unione dei Giuristi cattolici , il professor D'Agostino, che criticava la sentenza del TAR sul corso di religione; sempre sul Corriere della Sera , lunedì 14 agosto, è stata pubblicata una lettera di replica da parte di Raffaello Morelli che confuta l'articolo a difesa della laicità delle istituzioni.

 

Ma i giudici non hanno capito

che l' ora di religione

non è catechesi
Agli studenti non si chiede se credono in Dio, possono partecipare tutti

La sentenza del Tar sull' ora di religione si basa su di un presupposto profondamente sbagliato: che si tratti di un insegnamento di carattere etico-religioso strettamente attinente alla fede individuale. Non è vero: lo dimostra il fatto che un ragazzo, non credente, può decidere, senza contraddizione alcuna, di frequentare questa disciplina. L' errore dei giudici amministrativi sta nell' aver assimilato l' ora di religione ad un' ora di catechesi. Se così fosse, non avrebbe senso che le parrocchie continuassero ad attivare, a volte con difficoltà, corsi di catechesi per bambini, per adolescenti (e perfino per adulti). La catechesi non può avere spazio in una scuola pubblica, perché ha un contenuto spirituale, non culturale. Al contrario, non avrebbe senso insegnare la religione, come «disciplina», in una parrocchia, dato appunto il suo contenuto culturale e non spirituale. In altre parole, il docente di religione non è chiamato a valutare la fede, la devozione, la spiritualità dei ragazzi, ma la loro capacità di riuscire, a seguito di uno studio adeguato, ad integrare il sapere religioso, quello specifico sapere religioso che fa parte della tradizione del nostro Paese, nell' ambito complessivo dei saperi (in particolari di quelli «umanistici») che la scuola ritiene indispensabili per la formazione dei giovani. E poiché nella tradizione italiana il sapere religioso fondamentale è quello cattolico, è coerente che proprio questo e non un altro sia il sapere da offrire agli studenti nella scuola. In Italia non si può studiare l' arte, la letteratura, la pittura, la filosofia, la storia se non si ha un' adeguata conoscenza, dall' interno, del cristianesimo. È per questo che ha ben poco senso la proposta di sostituire l' ora di religione con un' ora di storia delle religioni, che spazi dall' animismo al buddismo, dall' induismo all' Islam, dallo scintoismo al giainismo: per quanto rispettabilissime, non sono queste le fedi che fanno parte (almeno fino ad oggi) dello specifico culturale della realtà italiana. Non è perciò stravagante, anzi ha ragioni ben fondate, la proposta di molti intellettuali, anche laici, di rendere obbligatoria, anziché la facoltativa, l' ora di religione. Se così non è, se la religione mantiene lo statuto di una disciplina opzionale, è per un senso di scrupolo (probabilmente esasperato) nei confronti non tanto dei ragazzi non cattolici o non credenti (dato che - va ribadito - la fede cattolica non è un prerequisito per frequentare l' ora di religione), quanto del principio di laicità, su cui si fonda il nostro patto costituzionale. Poiché è ben possibile che alcune famiglie e alcuni ragazzi possano percepire nell' ora di religione lo spettro di un indebito proselitismo, che all' interno della scuola pubblica violerebbe di certo la laicità dello Stato, si è ritenuto opportuno dare alla religione come materia scolastica uno statuto opzionale. L' insegnamento di una disciplina opzionale non è però subalterno a nessun altro, né può essere interpretato (come incredibilmente fa Adriano Prosperi!) alla stregua di un «innocuo arricchimento culturale, pari allo studio della danza caraibica». Umiliare i docenti di religione, precludendo loro di partecipare a valutazioni collegiali a carico di studenti con cui essi, nel corso dell' anno, hanno avuto un rapporto a volte più intenso e più dialettico di altri loro colleghi, equivale a mandare un messaggio distorto (e forse anche subdolo) all' opinione pubblica: il sapere religioso è irrilevante. Un messaggio di questo tipo, oltre che essere culturalmente assurdo, è un' offesa allo stesso principio di laicità. Laicità (quante volte bisognerà ancora ripeterlo!) non significa ostilità e nemmeno indifferenza dello Stato nei confronti della religione, ma il fermo proposito di non privilegiare i credenti sui non credenti o di non attribuire arbitrariamente ad una confessione religiosa poteri o privilegi negati ad altre confessioni. Ora, rispetto agli studenti che non si avvalgono dell' insegnamento dell' ora di religione, per quelli che decidono di frequentarla c' è una dilatazione e non una diminuzione dell' orario scolastico, a seguito dell' assunzione di un impegno ulteriore di studio. Dov' è il privilegio, se non nella mente di alcuni laicisti esasperati?
D' Agostino Francesco
Presidente dell' Unione giuristi cattolici italiani

 

Le altre confessioni


L'articolo del prof. D'Agostino si regge non sugli argomenti svolti ma sulla ipotesi di partenza. Se cade , cade tutto. L'ipotesi di partenza è che la sentenza del TAR sull'ora di religione si basi su "l'errore dei giudici amministrativi di aver assimilato l'ora di religione ad un'ora di catechesi". Ma la discriminazione avversa alla laicità della Repubblica si configura proprio nell'includere l'insegnamento della religione cattolica nella valutazione sul profilo scolastico degli studenti mentre non viene incluso quello delle altre religioni. Qui sta il fulcro delle argomentazioni (capziose ed ipocrite) con cui il mondo teo-con sostiene che una discriminazione in materia religiosa non è un attentato alla laicità ma un'applicazione della laicità. Lo stesso prof. D'Agostino riconosce che "laicità non significa ostilità e nemmeno indifferenza dello Stato nei confronti della religione, ma  non attribuire arbitrariamente ad una confessione religiosa poteri o privilegi negati ad altre confessioni". Allora, non ha alcun senso sostenere l'insostenibile. L'ora di religione cattolica opzionale è innegabilmente proselitismo di fatto. Riconoscere a chi si avvale dell'ora di religione cattolica un profitto per il suo maggior impegno di studio è una discriminazione grave a danno di chi non si avvale. E non si dica che non occorre professarsi cattolici per seguire il corso dell'ora di religione cattolica, perché non esistono insegnamenti alternativi di altre religioni impartiti a spese dello Stato. La discriminazione religiosa è nel dna di una scuola che ha il corso di una sola religione e pretende di conteggiarlo come profitto.

Il Prof. D'Agostino e i paladini bipartisan di queste tesi teo-con ( come i ministri Fioroni e Gelmini), non tengono conto che la religione non è  mai riducibile ad un dibattito storico. La religione è una grande forza spirituale connessa inscindibilmente alla vita di ciascuno. Per cui, dal punto di vista della convivenza civile, è essenziale organizzarla in modo da lasciare ad ogni cittadino libertà di fede oggi e domani ( perciò resta insuperato l'ancora inattuato principio del Libera Chiesa in libero Stato ). E comunque, quanto alla storia, si insegna solo prendendo in esame tutti i suoi filoni, non limitandosi ai prevalenti e cancellando gli altri. E per farlo , c'è solo un modo, introdurre l'insegnamento di Storia delle Religioni, che però, non a caso, il prof. D'Agostino scrive di non volere, poiché le altre religioni non fanno parte della tradizione italiana. Così rispunta il privilegio religioso.

Insomma. Negare la centralità politica della laicità delle Istituzioni , è negare l'esperienza storica  confondendo le funzioni tra le leggi per una civile  convivenza e i precetti religiosi.

Raffaello Morelli
Federazione dei Liberali