Grillo, democrazia e partecipazione

Il presidente della FdL, Raffaello Morelli, ha svolto alcune riflessioni ( apparse sul Corriere della Sera e sul Tirreno )  sulle motivazioni che Grillo ha dato al suo tentativo di iscriversi al PD. Motivazioni paradossali, che peraltro possono essere occasione per ragionare su alcuni aspetti non banali della vita pubblica, troppo spesso trascurati e comunque troppo semplificati, non soltanto dalla carovana mediatica, ma anche da esimi insegnati universitari (come ad esempio insegnano le incredibili asserzioni fatte di recente dai sostenitori dei referendum elettorali, anche dopo la sconfitta nel voto).

 

Grillo, democrazia e partecipazione

Grillo afferma che la democrazia rappresentativa è finita, e che ora c'è la democrazia partecipativa. Concettualmente è una panzana, ma non è una frase senza significato. E non mi riferisco a Grillo (che si pubblicizza gratis), quanto al significato per noi tutti. La frase traduce ad occhio la percezione di tanti, che, scontenti della situazione pubblica, danno la colpa all'incapacità di governare della politica, intesa come rappresentanza avulsa dalla gente.

Questo pone un problema contraddittorio e persegue una soluzione inesistente. Infatti parte dall'ipotesi falsa che la rappresentatività sia alternativa alla partecipazione mentre in realtà non è possibile rappresentatività senza partecipazione. Eppure la politica deve tenerne conto e indicare un rimedio ad un'esigenza vera, anche se  espressa malamente. Il rimedio è quello, desueto da almeno un quindicennio, di praticare il dibattito delle idee e del progetto  nel chiedere il mandato di governare. Recuperando questo dibattito, si può colmare il fossato della separatezza avvertita  tra partecipazione e rappresentanza.

Si inducono i rappresentati a  fare quello che tendono ad eludere, vale a dire giudicare sia le prospettive programmatiche che i risultati dei comportamenti di governo o di opposizione. E si inducono i rappresentanti a cambiare priorità, vale a dire privilegiare il progetto e l'azione di governo o di opposizione piuttosto che le pratiche familistiche e le promesse da imbonitori. In ogni caso, ricuperare il dibattito politico programmatico allontana  la logica di equiparare la politica ad un evento mediatico, quella di ridurla ad una pura lotta di mero potere e costituisce la via maestra per costruire un'opposizione che oggi non c'è nonostante il paese la richieda con urgenza.

Grillo ha sfruttato appunto la mancanza di una linea culturale per un concreto progetto alternativo. Una mancanza che ha spinto le frastagliate ed egoistiche convenienze della società a riconoscersi nel berlusconismo. Nell'illusione che la politica del fare ( in sé indispensabile) potesse essere sganciata da quella del progetto politico di regole sempre attente alla libertà di ogni cittadino. Per di più una mancanza  affrontata in modo illusorio da chi ha pensato che un leaderismo senza politica e senza progetto potesse risultare più credibile del leader originale. Tanto che oggi Grillo da un'etichetta simile ai due partiti , PD con la L o senza la L. E può replicare con ironia alle accuse di strumentalismo fattegli dal trio Franceschini, Bersani, Marino, osservando che candidandosi ha permesso  di capire  finalmente almeno   cosa  il PD non è: non è un veicolo a motore.

Dunque recuperare il dibattito politico significa riconoscere la identità dei vari filoni culturali nell'affrontare i problemi di convivenza (il centro destra lo ha sempre fatto ed ha vinto, mentre il centro sinistra ha teorizzato e praticato la indistinzione come base di un'unità senza progetto e slegata dalla realtà delle culture).  E insieme riconoscere che il pluralismo di questi filoni non può essere soffocato nella gabbia bipartitica o in quella del bipolarismo non solo elettorale. Perché senza pluralismo non è possibile la partecipazione reale.

Raffaello Morelli

23 luglio 2009