Quelli liberi e quelli liberali, DUE

L'avv. Gianmarco Brenelli, componente della Segreteria  della Federazione dei Liberali, ha inviato  a Vincenzo Olita di Società Libera la lettera che si riporta a proposito di quanto scritto da Morganti sul loro quindicinale, della risposta di Raffaello Morelli ( vedi la precente notizia al titolo "Quelli liberi e quelli liberali" ) e poi dello scambio di mail seguitone.

Caro Vincenzo,
ho intravisto che tra gli amici di Società Libera si voleva dare una risposta a “questi” liberali.
Nel frattempo anticipo io qualche spunto sugli ultimi quindici anni di diaspora liberale.
Naturalmente il dibattito aperto da Morganti e  Morelli andrebbe approfondito con idee e documenti . Senza pregiudizi e senza indifferenza.

Giammarco Brenelli
 

 
Credo che, un po’ distrattamente e in buona fede, Franco Morganti abbia orecchiato una tesi consolidata negli ambienti del centro sinistra, visto che, credo, egli non è mai stato uomo politico impegnato in organizzazioni politiche.
La linea, ormai una vulgata del centro sinistra e ben condivisa anche dall’altra parte, è costituita dall’opinione che in Italia i liberali in politica non servono; meglio qualche patinata rivista di cultura e qualche buon convegno (ovviamente “culturale”). Per il resto c’è già il Partito Democratico.
A quanto pare, anche i media si adagiano sull’opinione, salvo poi non spiegarsi come in Germania, Gran Bretagna e altri Paesi, i liberali registrino buone affermazioni anche alle ultime elezioni europee e lo stesso Darendhof non sia stato, come pure abbiamo letto, un semplice sociologo di sinistra, ma uno che dai socialisti è passato ai liberali, ed in modo anche militante; la cosa non è tornata ai direttori di taluni organi d’informazione ossequienti al dogma del bipartitismo i quali, infatti, coerentemente hanno cancellato o marginalizzato le notizie, come avviene costantemente per ciò che riguarda il liberalismo “vivo”.
In realtà, ed inevitabilmente, il dibattito dovrebbe riguardare il centro sinistra, il declino dell’opposizione, fino all’ultima fase della apolitica ed a-ideologica costituzione del partito democratico e dunque il significato politico dell’adesione al medesimo di alcuni liberali, vecchi e nuovi.
Facciamo un breve tuffo nel passato: alcuni, tra cui chi scrive, avevano ancora negli anni ’90, ritenuto che con la caduta degli schieramenti tradizionali nella storia repubblicana e dopo la caduta dell’URSS, i liberali potevano collocarsi nel polo di centro sinistra, su questioni di contenuto programmatico in un quadro laico e non populista.
Diceva allora Enzo Marzo “la sinistra o è liberale o non è”, e mi pare che su questo fossimo d’accordo quasi tutti, a parte la scelta, un po’ di potere e un po’ di tardo anticomunismo di alcuni “ex PLI” che si erano schierati con il Polo della Libertà assieme ad alcuni intellettuali che vi avevano intravisto anche una componente innovativa del sistema.
Quindici anni in politica sono un periodo consistente, che si fa quasi storia e i fatti sono ormai più chiari: i liberali sono estranei ad entrambi i poli.
La F.d.L. era uno degli undici partiti fondatori dell’Ulivo, ma il pacchetto di controllo della coalizione è sempre rimasto saldamente nelle mani di ex comunisti che non avevano operato alcuna revisione, neanche “un minuto prima”, ma semplicemente un minuto dopo la caduta del “muro”, e da democristiani più o meno morotei, tendenti al vecchio potere.
Costoro hanno masticato in fretta e furia qualche autore, magari imbellettato e classificato come “liberal”, per rispetto del proprio passato, permanendo, quanto al resto, nell’Ulivo l’abitudine all’egemonia dopo Lenin e senza Lenin.
Potremmo così approfondire le fasi della progressiva emarginazione dal centro sinistra della Federazione dei Liberali di AD, PRI, Socialisti ed altri sotto un profilo di analisi e di storia: tutti siamo stati via via sostituiti da giudici, pentiti, giornalisti fino all’allegra compagnia di comici, capocomici e satiri vari, mentre per tirarsi in disparte è giunto il turno di Chiamparino e Penati.
Il medesimo processo è stato ripetuto nella Margherita: per chi c’era basti citare la riunione dell’Albergo Nazionale del dicembre 2001, quando la F.d.L. ed altre organizzazioni liberali avevano ancora base e dirigenti diffusi in quasi ogni provincia, avendo partecipato ad elezioni regionali e locali con proprio simbolo e qualche risultato.
Rutelli, come prima D’Alema, fu chiarissimo e perentorio: nessuna organizzazione liberale alleata e nessuna corrente interna.
Sul punto ne faremo un saggio con documenti e particolari per la storia: alcuni di noi, ricordo, si adeguarono ammainando bandiere, disorganizzandosi e dichiarandosi con entusiasmo “di sinistra” e poi, finalmente, “democratici”.
Troppo facile dire ora che in quel centro-sinistra e nel partito democratico, poi, potevano essere eletti tutti da Binetti e Casarin, mentre i liberali veri dovevano essere altri, particolarmente i revisionisti ex DS, mentre la linea politica unificante era, in fondo, quella di protesta e resistenza contro il fenomeno Berlusconi.
La sinistra giudiziaria, poi girotonda e pacifista, dopo aver abolito prima i liberali, i laici e i socialisti ha abrogato anche la politica, a parte qualche residuo contenuto di sindacalismo e di buonismo verso gli immigrati, mostrando, per il resto, all’elettorato solo contraddizioni e suggestioni dei ministri più variopinti fino al Veltronismo che ha lasciato quale spoglia un Franceschini che non sa cosa dire ma è bravo perché parla male di Berlusconi, delle sue donnine e di come educa i figli.
Ricordo che il centro sinistra presentava alle elezioni locali tante brave persone, coerenti, oneste e prive di idee: proprio Morganti mi parlava della candidatura di un prefetto, uomo perbene, come sindaco di Milano, mentre altri abbandonavano la F.d.L. per eleggere deputati nel partito democratico. Ma la verità salta fuori negli schieramenti internazionali, ove “quei” liberali si sono trovati travolti ed ora ci vengono a spiegare che è meglio non fare politica.
Per “questi liberali”, invece, tra cui chi scrive, in questa democrazia senza partiti e in queste elezioni dove non esiste selezione del personale politico e dove il miracolismo mediatico travolge senso critico e responsabilità degli elettori, rimane solo la via della costruzione nella politica, abbandonando la scorciatoia di essere cooptati.
Certo, la FdL conta poco, ma non cessa di proporre e fare: si è fatto da ultimo la campagna per il referendum (guardateVi www.battilo.it), partecipato a conferenze e convegni nelle faticose sale private e siamo persino andati in RAI, Sky a La7 , rimanendo nella piccola agorà senza certo arrivare né da Vespa, né da Santoro.
Non siamo neanche una moltitudine, certo caro Franco, ma forse non eri stato informato che in Italia i liberali, i critici, e gli eretici non hanno niente a che fare con le moltitudini. Proprio non si comprende perché i liberali debbano confinarsi nella cosiddetta cultura, mentre da un parte vi sono populisti cui non par vero di nobiltarsi, definendosi liberali e,  dall’altra, alcuni che si sono autodissolti in una “cosa” - ove dilaga la simpatica Serracchiani che ci parla dei suoi ideali Berlinguer e Moro, e di satira in satira, si finisce coerentemente a Grillo che, ormai, ha soppiantato prima i Flores e, poi, il Travaglismo –  possano impunemente teorizzare che il metodo e la politica liberali si sono esauriti, impartendo con sufficienza lezioni di storia e politica ai liberali che non li hanno seguiti nello sfacelo.

Giammarco Brenelli

16 luglio 2009