A cosa porta il potere senza un reale progetto politico

Riprendiamo dal Corriere della Sera un altro bell'articolo di Piero Ostellino.
E non un semplice pezzo di bravura giornalistica. Soprattutto perché dice all'opposizione che è il re è nudo e che il clone doroteo è sempre in agguato quando non si pratica la libertà e non si cerca di fare progetti in suo nome.
Del resto, non poteva che finire così. Ora sappiamo che già nel '97 lo staff dei cervelli "pensanti" ( in realtà dissimulati aspiranti cloni del Silvio ) consigliavano che il Pds si trasformasse nel comitato elettorale del leader e prevedevano tutto quello che poi non è avvenuto.
Anche per i vecchi dirigenti PCI-PDS-DS è finita da molto tempo la spinta propulsiva. Sfumata l'ideologia, sotto non c'era niente, eccetto che una spasmodica voglia di potere. Voler  sostituire interamente la politica con il potere, trasforma il cinismo operativo in guida al fallimento sicuro. Non fa  politica e dissipa il potere.

Ridateci Togliatti è la paradossale esclamazione comune a quelli della nostra generazione che stanno ai fatti. Il forte richiamo al realismo, come alternativa vera alla dilagante politica della promessa e della rassicurazione, è invece quello che possono volere e fare tutti i liberali. Purché abbiano l'abnegazione civile per impegnarsi. (r.m.)


Ridateci Togliatti e i comunisti realisti

I

 

«Era troppo potente il Pci degli anni Settanta. Doveva emergere per forza qualcosa o qualcuno in grado di limitarne il consenso, l' autorità, il prestigio. Non era possibile che fosse un partito nuovo. E fu così che, nel gennaio 1976, nacque la Repubblica di Eugenio Scalfari» (Giampaolo Pansa, «Il Revisionista», Rizzoli). L' operazione è riuscita. Il paziente è morto. I comunisti di allora erano figli di Machiavelli, di Marx, di Gramsci. Realisti, con un forte senso del potere, non si facevano illusioni che la rivoluzione fosse praticabile in quelle condizioni storiche, politiche, strategiche; e si comportavano di conseguenza. Consapevoli dei rapporti di forza con la Democrazia cristiana e del lungo «viaggio» che li attendeva «dentro le istituzioni», avevano sposato il consociativismo in Parlamento, per accrescere il potere del partito nel Paese, mentre continuavano a invocare la rivoluzione in piazza a uso delle «masse». Raccontavano balle sul «socialismo reale», ma erano sufficientemente cinici da evitare di esserne prigionieri essi stessi. Il Partito comunista è, tardivamente, rimasto sepolto - con il «socialismo reale» - sotto le macerie del Muro di Berlino; Repubblica, nel frattempo, non lo aveva cambiato. Sono, piuttosto, i postcomunisti che hanno subito una mutazione grazie a Repubblica. Da eredi di Machiavelli & C. sono diventati i nipotini di Giuseppe D' Avanzo, un giornalista abile nello scovare motivi di indignazione nelle pieghe dei lavori delle Procure. Così, essi esercitano la propria funzione di opposizione aggrappandosi a Noemi Letizia e alla presenza di tal Apicella sugli aerei di Stato. Al pari del centrodestra - che ne ha la stessa clientelare convenienza - non si chiedono, però, quanto costino i 26 mila consiglieri di amministrazione delle aziende municipalizzate eliminando i quali si risparmierebbero 2-3 milioni di euro all' anno. Dopo aver contribuito - con l' aiuto del giornale amico-nemico - ad affossare Craxi, che sarebbe stato il loro naturale alleato, si apprestano a morire democristiani. Un caso esemplare di malinconica eterogenesi dei fini. Scomparsi tutti gli altri partiti della Prima Repubblica, travolti da Tangentopoli, dalla dissoluzione di una pur pallida parvenza di cultura politica nazionale e dall' ondata di moralismo giustizialista, che un ex magistrato tiene viva confondendola con la Politica, verrebbe, allora, da dire «arridatece Togliatti, Amendola, Pajetta». Almeno si sapeva che cosa erano.


Corriere della Sera, 6 giugno 2009